Gli ultimi, i primi – prima parte

GLI ULTIMI: I PRIMI

CAPITOLO PRIMO

Salve a tutti.
Sono un ragazzo come tanti di voi vissuto in un paesino come ne esistono tanti lungo la penisola italiana.
Non chiedo nulla, se non di potervi raccontare una storia.
Il messaggio lo interpreterete come vorrete, poiché del resto è un dato di fatto che non siamo tutti uguali.
Potrete giudicarmi rozzo, oppure avventato, oppure disperato ed io non mi offenderò perché lo sono e perché la storia che voglio raccontarvi rappresenta non solo tutto ciò, ma anche di più, sia nel bene e sia nel male.
Non spaventatevi se sarò crudo, in quanto per me è difficile, se non impossibile, tentare di “addolcire” questa storia.
Spero solo che essa si presenti come un messaggio al fine di comunicarvi qualcosa.
Ve la presento e ve la racconto con tutta l’umiltà di cui dispongo chiedendovi scusa per le imperfezioni, gli sbagli e gli errori di grammatica e di sintassi… ed anche per il mio modo di agire, ma nessuno è perfetto.
Bene.

La storia comincia in un paesino, un paesino grazioso e bello per certi punti di vista, per altri meno o per niente.
Si tratta di un paesino tranquillo, tanto che una volta che un turista ha visto quelle poche tracce di storia e di cultura che ci sono da vedere, praticamenteha visto tutto.
Come ho detto, per molte situazioni è un paese tranquillo, dove non succede mai nulla d’interessante, tanto da poterlo definire palloso e monotono, ed è questa caratteristica monotonia che influisce su alcuni comportamenti degli abitanti: la gente, infatti, non si fa mai i cazzi suoi, sa tutto di tutti generando una delle più vistose problematiche per la vita sociale.
Un’altra problematica è che in quanto paesino, appunto, ha una mentalità antica ed arretrata.
Non che sia gente cattiva sia chiaro, ma gli abitanti agiscono in base a pregiudizi pur non conoscendo le specifiche situazioni, a volte gravi, della società.
Insomma. per dirla tutta, “parlano a vanvera”, a volte perché “qualcuno” li ha informati (c’è sempre un “qualcuno” che non si fa i cazzi suoi), altre volte “per sentito dire” (quel “qualcuno” spesso è anche cattivo ed ignorante, nel senso che “ignora” e vi aggiunge della cattiveria).
Per il resto sono persone semplici e di buon cuore che, sia pure lavorando fino a sfinirsi, a modo loro hanno rispetto per le cose buone, anche se ognuno dice la sua e la pensa differentemente dall’altro.
Poco male.
Gente laboriosa appunto che non si tira mai indietro, specialmente davanti ad un buon bicchiere di vino, tanto più se è di quelli rossi davvero eccellenti.
Gente che si diverte quando se ne presentano le occasione, che purtroppo in quel paese sono rare ma che, quando capitano, loro afferrano senza ritegno.
Persone dirette, che dicono quello che devono dire quando serve, ed a volte lo fanno senza tanti problemi, in maniera “greve” ma sincera, sia nei confronti degli amici e sia nei confronti di altre persone.
Tra di loro vi era un ragazzo considerato “strano”, ma che non faceva male a nessuno, un ragazzo con i suoi problemi e i suoi ideali, come voi.
Quel ragazzo credeva (e crede ancora) che il mondo si può cambiare, basta volerlo.
Volerlo cambiare per davvero.
Tanti sogni frullavano nell’anima di quel ragazzo.
Un ragazzo ribelle, tanto ribelle che metteva la libertà come primo valore: libertà al di sopra di tutto (libero di amare, di difendere, proteggere e scegliere), tanto che per questo era considerato “strano” e “svitato”.
Considerava la musica “da discoteca” (tecno, house ed altri generi “moderni”) solo rumore, improduttivo ed offensivo per le orecchie, anzi, non la considerava neanche musica.
Gli piaceva scrivere, tanto che sognava di pubblicare alcuni suoi scritti, ed il ricavato mandarlo in Africa, suo grande sogno, da cui era colpito e commosso.
Un posto così bello, stremato dalla fame, malattie e guerre, e lui si sentiva impotente e rabbioso davanti alle immagini di bambini malati e stremati dalla fame che vedeva su degli opuscoli o di cui sentiva le testimonianze di chi c’era stato.
La sua testa pullulava d’idee, pensieri, a volte anche stupidi (lo ammetto), tesi a trovare una soluzione, sia pure piccola, ma sempre migliore del niente.
Come voler dire una goccia d’acqua in un oceano, ma l’oceano è fatto di gocce, voi non trovate?
Specialmente se queste gocce ne richiamano altre, che fanno più effetto dando l’esempio e stimoli.
Il processo avviene a volte in maniera più drastica, quasi sfidando addirittura mediante l’energia con cui cadono. Però, in fondo, l’importante e sempre solo il risultato ed il valore che gli si assegna.

Non sempre gli riusciva di scrivere come voleva, anche se alcuni imbecilli avevano finalmente smesso di disturbarlo, stufi del fatto che lui non facesse più caso ai loro tentativi d’infastidirlo. Per giunta aveva comprato un lettore CD, così che, quando scriveva, ascoltava buona musica celtica.
Del resto era stufo e stanco di sentirsi domandare se stesse scrivendo… quando era assorto a scrivere sorseggiando ogni tanto una birra.
Gli sembrava una presa in giro, non trovate?
Era una maniera come un’altra per stare in pace con se stesso, specialmente perché scriveva nei momenti di tranquillità, dopo qualche problema o dispiacere, oppure solo per il gusto di farlo, senza pretese.
Per divertirsi, senza disturbare.
A volte scriveva in camera sua, dopo una “discussione” (si dice così oggi vero?) in famiglia, dopo che suo padre lo salutava “gentilmente” alla fine di una giornata di lavoro, oppure si recava a scrivere in angoli del paese, per gli altri impensati ed insoliti mentre a lui apparivano tranquilli e calmi.
Amante delle buone maniere e del rispetto, preferiva giudizi concisi: se non era bianco era nero, se non era nero era bianco, semplice e senza mezze misure.
Amico di tutti e a disposizione di tutti (quando poteva), anche se a volte gli riusciva difficile non poter rispondere positivamente.
Vista la pazienza che aveva, non di rado lo irritava rispondere, però, considerando che tutti abbiamo bisogno di tutti, in alcuni casi sorvolava nel mostrarsi infastidito, indulgendo nel ricordo di azioni negative subite in precedenza (a volte per mero comodo, è vero, così da poter ritornare ad occuparsi di ciò che gli interessava maggiormente).

Un giorno, uno dei tanti passati in cantiere, stava tornando a casa, sporco di calce, dopo una birra rinfrescante bevuta al bar, ed incontrò un amico camionista che portava a spasso il cane, un boxer brutto, di 40 chili che sporcava dappertutto, ma innocuo e buono come il pane.
Quel cane, come suo solito da quando lo conosceva, andava in giro (sempre sotto l’occhio vigile del padrone) a fare i suoi “bisognini”.
Tanto quanto era brutto quel cane, tanto era curioso, al punto che, mentre i due parlavano di lavoro, di musica, ed esprimevano opinioni di politica paesana, lo persero di vista.
Stava giocando con un altro cane che era un decimo rispetto alla sua mole colossale.
Giocava tranquillo, incuriosito da quel cane di dimensioni più ridotte.
Subito accorsero, non perché quel molosso potesse fare qualcosa di male, ma perché quel molosso stava giocando con un cane che presumibilmente aveva un padrone che si sarebbe potuto infastidire.
Non era proprio così.
Il proprietario del cane c’era, ma non sembrava per nulla infastidito, era però anche lui attento a quei due cani che giocavano, divertito per lo squilibrio di misura.
Quando il proprietario del molosso richiamò il suo cane, subito il proprietario del piccolo cane sì alzò in piedi, andando incontro a quei due ragazzi dicendo tranquillo:
-“Ah! tu sei il proprietario di questo… cavallo”, poi aggiunse giustificandosi con cordialità e rispetto “Il cane non ha fatto niente, scusate il disturbo…”
Il proprietario del boxer disse stupito:
-“Scusa tu noi, è il nostro cane che ha disturbato te, semmai!”
Quel signore rispose tranquillo e pacifico:
-“Nessun disturbo”.
Quel signore era pacifico, si vedeva però che si sentiva un po’ imbarazzato, forse per la reazione di quei due ragazzi, pensando in un primo momento che il suo cane avesse in qualche maniera disturbato quel molosso.
Conoscendo quel signore si può pensare che quel molosso l’avrebbe chiamato “mostro”, ma era una persona troppo educata e rispettosa per farlo.
Il proprietario del boxer continuò a parlare con quel signore, scherzando e ridendo mentre il ragazzo comprava birre, nel bar poco distante, per tutti e tre.
Era l’unica cosa sensata che gli era venuta in mente in quel giorno d’estate, sicuro che quel signore non si sarebbe offeso (sperava che non si offendesse).
Non poteva comprare birre nel supermercato in quanto non ne vendevano di fresche.
Il proprietario del boxer bevve la sua birra, poi se ne andò salutando gentilmente il signore e quel ragazzo dai capelli lunghi.
Rimasero il signore ed il ragazzo, il quale aveva iniziato (non sapendo nemmeno lui il perché) a giocare con il cane, mentre quel signore raccontava quanti anni aveva, da dove veniva, delle persone che avevano creato problemi a lui ed al suo cane ed in un certo senso si mostrava tranquillo, ma pur sempre attento a tutto ed a tutti, ed in particolare si vedeva che stava attento a ciò che diceva, com’è del resto normale se non si vuole correre il rischio di dire qualcosa d’offensivo, sia anche in maniera involontaria.
Anche quel ragazzo prestava molta attenzione al modo in cui si esprimeva, soppesando fin la più piccola parola, in un italiano “creato”, ed in un certo senso arrangiato, in funzione di quel signore che a sua volta, non parlandolo bene, arrangiava le frasi come poteva, tanto che, nel tentativo di farsi capire, usava a volte dei gesti, a volte trovava un’alternativa nel dire in inglese il suo pensiero, a volte indicava la parola in un suo vocabolari tedesco-italiano, ed a volte mostrava addirittura l’oggetto.
Era difficile la conversazione con quel signore ma ogni volta che quel signore cercava di spiegare il suo pensiero, quel ragazzo imparava qualcosa, proponendosi paziente e curioso come non mai.
Lo straniero era preso da ciò che diceva, intento a farsi capire a tutti i costi, rammaricato di parlare poco l’italiano.
Mentre parlavano, il ragazzo l’osservava, notando una certa calma e tranquillità nei suoi occhi azzurri e forti, tanto che gli sembrava non fosse di questo mondo.
Sentiva, in quegli occhi da bambino, che era buono, che si poteva fidare di lui.
Si era fatta ormai sera, quasi ora di cena, ed a quale ragazzo non importava proprio per niente di tornare a casa, tra problemi di tutti i giorni, tra indifferenza e umiliazione.
Preferiva restare lì, in quel supermercato, incurante della stanchezza e delle conseguenze.
Nemmeno lui sapeva per quale motivo s’intrattenesse, ma gli andava bene così.
Ad un certo punto si presentò un problema: cenare.
Il signore guardò all’interno del cassetto che stava per terra e cominciò a contare le monete che vi erano contenute, poi disse:
-“Buono, ho avuto fortuna”.
Il ragazzo rispose pronto, indulgente e gentile:
-“Lascia stare quei soldi, conservali per domani”.
Il signore stava per dire qualcosa, ma il ragazzo continuò pronto e secco:
-“Cosa vuoi mangiare?”
Il signore rispose gentile, dando per scontato quello che diceva:
-“Io mangio tutto senza problemi”.
Il ragazzo si alzò e disse risoluto:
-“Aspetta qui, torno subito”.
Il supermercato per fortuna era ancora aperto.
Stavano iniziando a pulire per la chiusura.
Nel mentre girava frettoloso tra gli scaffali, pensava a cosa potesse comprare adatto ad essere mangiato in maniera veloce e senza problemi di piatti e di forchette.
Nel guardare tra le vetrine di esposizioni ed i banchi refrigerati dove erano esposti salumi e formaggi gli balenavano non uno ma tanti pensieri quasi tutti dello stesso genere “Gli piacerà quel tipo di formaggio? Forse preferisce la mozzarella insieme a del prosciutto? Chissà come gli girerebbero se gli portassi della cucina piccante…”
Non so cosa ne pensi tu che leggi, ma quella sera il ragazzo aveva un ospite che considerava di tutto riguardo.
Chiunque fosse stato in passato, da dove venisse, non gli interessava.
Vedeva solo una persona buona che sicuramente aveva fame, una persona che gli aveva spiegato di aver avuto modo d’incontrare qualche stronzo che di certo si credeva un “qualcuno”.
Si vedeva che quel signore aveva problemi, pur essendo vero che il ragazzo non aveva chiesto spiegazioni.
Se avesse avuto voglia di parlare dei suoi problemi, delle sue preoccupazioni o dei suoi pensieri, ne avrebbe parlato, infatti, senza incertezze.
Al ragazzo era arrivato un messaggio, una sensazione, un sentire interiore… chiamatelo come vi pare.
Gli pareva che quella persona avesse capito di potersi fidare e di essere al sicuro, tuttavia non riuscì a capire la ragione per la quale mangiasse poco: mangiò metà panino ed il resto lo mise in uno zaino che aveva lì vicino.
Il ragazzo divorò letteralmente il suo panino e, accendendo una sigaretta, gli si rivolse con tono preoccupato:
-“Non hai fame?”.
Gli rispose prontamente:
-“Poco appetito, grazie…”, e subito aggiunse, vedendo la faccia preoccupata e stupita del ragazzo “… ma non ti preoccupare, finisco dopo di mangiare”.
Ancora oggi il ragazzo non sa per quale ragione gli chiese:
-” Domani cosa mangi?”.
Lo straniero fece un sobbalzo e rispose:
-“Non ti preoccupare, ho carne, mozzarella e pane”, poi lo guardò negli occhi ed aggiunse con rammarico e timidezza, “Domani vediamo”.
Chi sa perché il ragazzo prese una banconota dalla tasca e gliela diede.
Il signore la mise in tasca ringraziando.
Ci fu un attimo di silenzio tra i due.
Il ragazzo seduto per terra a gambe incrociate si domandava se a quel signore il gesto fosse stato gradito, se l’avesse per caso offeso, oppure se l’avesse capito (ancora oggi se lo chiede), ma in fondo non gl’importavano le risposte, poiché si sentiva bene quella sera in compagnia di una bella persona, senza pensare ai soliti problemi tristi e dolorosi che l’angustiavano.
Il signore ad un certo punto, con tono gentile chiese:
-“Di dove sei?”
Il ragazzo rispose come cadesse dalle nuvole, avendo un sussulto:
-“Del posto, della zona…”, mentre gli offriva una sigaretta e ne accendeva una per sé, “… e tu?”
Il signore rispose:
-“Tedesco”.
Lo disse con orgoglio, come volesse cancellare ogni problema, ma ancora oggi il ragazzo vorrebbe chiedergli la ragione dell’orgoglio, in quanto la domanda di base rimane sempre la stessa “non viviamo tutti sullo stesso pianeta?”
Forse era lo stesso orgoglio che il ragazzo aveva per la Sicilia, terra dalla quale era venuta sua madre.
Lo straniero, dopo aver buttato lontano la sigaretta ormai finita, un po’ scherzando ed un po’ spinto dalla curiosità gli chiese:
-” Perché, da dove pensavi che io venissi?”
Il ragazzo, rispose, scrollando le spalle con indifferenza:
-“Dall’Olanda, Belgio, Cecoslovacchia…”, per poi aggiungere con tono pensiero e riflessivo, “… solo dal tuo accento immaginavo che fossi tedesco”.
Anche il signore scrollò le spalle aggiungendo:
-“Normale”.
Però lo disse come un epitaffio, quasi scontato.
Appariva tranquillo come se aspettasse qualcosa… o qualcuno.
Ma mentre sembrava aspettare sembrava riflettere.
Forse pensava a ciò che diceva, forse pensava a quel qualcuno che cercava, oppure alla persona che non arrivava.
Fece il gesto di alzarsi e cercare degli spiccioli, buttando, lì vicino in una busta che conteneva i resti della carta del panino, il sacchetto di sigarette ormai vuoto.
Il signore indicando con un dito, domandò con tono gentile:
-“Vai a comprare le sigarette?”.
Il ragazzo rispose:
-“Sì, anche qualcosa da bere…”, poi aggiunse, vedendo che la birra del signore era finita, “… prendo da bere anche per te?”
Il signore chiese gentilmente:
-“Un piccolo pacchetto di sigarette, sì grazie”.
Il ragazzo domandò:
-“E poi?”
Il signore precisò con tono imbarazzante:
-“Niente. grazie”.
Il ragazzo disse sorridendo ma con insistenza:
-“E poi?”
Il signore rispose sorridendo:
-“Un’altra birra, grazie”.
Tornò poco dopo con un pacchetto di sigarette, due birre e due tramezzini.
Gli disse:
-“Prego, per te”.
Il signore disse gentilmente:
-“Grazie, ma non ti dovevi disturbare per il tramezzino, forse non ricordi che mi hai dato dei soldi?”, fece per prendere dei soldi nella tasca, prese la banconota e la mostrò al ragazzo, con un sorriso ed un tono di forte affermazione, ma non cattivo, solo forte “Vedi?”
Poi, un colpo d’occhio, stirò quella banconota, girandola e rigirandola con stupore, non credendo a ciò che vedeva.
Il ragazzo rispose ridendo, molto imbarazzato e spiritoso.
-“Vedo”.
Il signore affermò stupito e meravigliato, sempre spiritoso:
-“Forse non vedo bene, ma la mia impressione è che questa è una banconota da 50 euro…”, la diede in mano al ragazzo, aggiungendo “… controlla per favore!”
Il ragazzo rifiutò di toccarla, poi disse serio:
-“Sì, sono 50 euro”.
Ci fu un attimo di silenzio tra i due, un momento particolare, anche perché il ragazzo temeva una brutta reazione da parte del signore che immaginava potesse sentirsi offeso.
Il signore non sapeva cosa dire, forse avrebbe voluto dire tante cose, forse avrebbe voluto dire semplicemente “stronzo” credendo che si fosse trattato di uno stupido scherzo… chi lo sa!
Ancora oggi quel ragazzo si chiede cosa gli frullasse nella mente in quel momento: forse si aspettava un rifiuto con il rischio di sentirsi poi umiliato ed offeso da una persona bisognosa d’aiuto ma che non lo voleva. Forse si aspettava questa reazione o forse anche di più.
La persona che si ha davanti, non sempre corrisponde alle proprie aspettative, ma che non tutte le persone siano cattive, questo è certo.
Anche se abbiamo ricevuto cattiverie, non vuol dire che dobbiamo essere cattivi con chi abbiamo davanti, anche perché a volte conosciamo chi abbiamo davanti, altre volte invece li impariamo a conoscere.
Il signore disse con tono scherzoso:
-“Non avevo mai visto tanti soldi tutti insieme…”, poi aggiunse con lo stesso tono, “… tieni”.
Il ragazzo rispose sereno:
-“No…”, poi aggiunse sempre con lo stesso tono sereno, “… sono soldi tuoi”.
Il signore ribadì:
-“Ma sono 50 euro!” e il ragazzo rispose ridendo “E allora?”
Il signore guardò quel ragazzo, poi disse serio:
-“Tieni”.
Il ragazzo fece un cenno di dissenso con la testa, guardandolo negli occhi, serio e calmo.
Forse quel signore non aveva capito, oppure non aveva capito quel ragazzo e le sue intenzioni di quel momento.
In quella lunga attesa quel signore stava tendendo la banconota, mentre il ragazzo lo guardava negli occhi accendendo una sigaretta.
Era come se quei due fossero impegnati in una battaglia di volontà, dove l’uno aveva le sue ragioni, mentre l’altro non le capiva…
Difficile da spiegare.
Forse, la ragione era che quel ragazzo aveva detto una cosa, dicendola una volta solo, con il cuore.
Non voleva ripetere un’altra volta.
Se dici una cosa deve essere quella che hai detto, a qualsiasi costo o prezzo.
Ci sono cose che hanno un prezzo o un compromesso, mentre per altre non c’è prezzo o compromesso che tenga, sta a te capire e decidere, a te che leggi.
Finita la sigaretta, il ragazzo si alzò in piedi, sfilò dalle mani la banconota, aprì la mano del signore, vi pose dentro la banconota e gli richiuse la mano, poi ritornò a sedersi dove stava prima, mentre lo straniero era ancora fermo con la mano tesa ed il pugno chiuso.
Sperava di essere stato eloquente.
Guardava quel ragazzo a bocca aperta, dopo aver messo in tasca i soldi.
Non disse nulla: non c’era altro da dire a quel punto.
Il ragazzo disse, con tono serio e calmo, offrendogli una sigaretta:
-” Non so quanti stronzi hai conosciuto nella tua vita, ma quando una persona dice una cosa è quella, sia in bene sia in male.
Il signore guardò il ragazzo, poi assentì con il capo dicendo:
-“Sei incredibile…”, riguardò ancora il ragazzo ed aggiunse serio “… sì, sei incredibile.”
Si alzò, girò un poco lì vicino, chissà per quale motivo, e ritornò a sedersi.
Piangeva.
Si asciugò il viso, poi disse:
-” In tutto il periodo in cui vivo in strada, nessuno mi ha mai trattato così!”
Cominciò a raccontare alcune cose e fatti della sua vita, e alcuni fatti erano veramente brutti, pieni di cattiveria gratuita, stupida ma, suo malgrado, inevitabile.
Il ragazzo ascoltava, mentre, senza accorgersene e senza saperlo, apprendeva molte cose.
Rifletteva, osservando, e, ascoltando attentamente, pensava a quanto forte di animo dovesse essere quella persona capace di resistere e combattere contro tante cattiverie, tante umiliazioni e tanta stupidità, opponendo semplicemente l’indifferenza, oppure anche rispondendo bruscamente, ma sempre con dignità e forza d’animo.
Era una persona alta ed asciutta, ma non gracile.
Aveva il viso lineare ed allungato ma ogni volta che il ragazzo lo guardava vedeva in lui un bambino, anche se i suoi lineamenti erano squadrati.
Forse era per via degli occhi, quegli occhioni grandi che sembravano guardarti dentro con un sorriso e con tanta calma.
Si vedeva in lui la tanta sofferenza, forse scivolata via, forse dimenticata o sorpassata, oppure vinta, ma sicuramente riaffiorante di tanto in tanto.
Quella sera, tuttavia, non aveva compreso il problema dello straniero, né cosa lo avesse causato o le sofferenze che avesse patite.
Ebbe modo di conoscerlo con il tempo.
I due si salutarono, con rammarico del ragazzo, che dopo molto tempo rimpiangeva e benediceva ancora quella giornata, ed in particolare quella serata, poiché avrebbe voluto che il tempo si fosse fermato.
Il ragazzo, quella sera, pensava a quanto crudele potesse essere la gente: conosceva molte persone “importanti”, ma le vedeva frivole e vuote.
Del resto di quelle persone “importanti” ed anche “per bene” conosceva non solo il pensiero, ma anche tutti gli espedienti che mettevano in atto per andare nei locali notturni, cornificare le mogli o i mariti, oppure sniffare cocaina per poi pulirsi la coscienza chiamando “drogato” o “tossico” chi era semplicemente “diverso” dai parametri sociali, così come lo era quel ragazzo.
Al ragazzo facevano pena quelle persone, ma considerando che era gente che sfogava le proprie repressioni nella stupida maniera di giudicare, lui rimaneva indifferente ai loro giudizi.
Del resto, chi ha più testa la usi, e chi vuole intendere intenda.
Uno di questi personaggi era il proprietario di un bar alla moda, al centro del paese.
Proprietario di un bar alla moda, grande ed accogliente, ben organizzato (dalla moglie poiché lui manteneva le pubbliche relazioni con il Sindaco, con l’Assessore al turismo… con la vigilessa, verso la quale, ogni volta che si presentasse l’occasione, proponeva le sue avance, con il consulente di viaggi – bella e piacente signora madre di due figli-).
Passava ore ed ore davanti al computer impegnato in un giuoco chiamato solitario, e quando arrivava un cliente “importante”, come l’avvocato del paese, sobbalzava dalla sedia esclamando la tipica frase “Amico mio!”, oppure “Il mio cliente preferito!”, con reverenza, molto discutibile, accentuata verso la presenza della segretaria dell’avvocato.
Ragazza di bella presenza, vestita in maniera provocatoria ma elegante.
Spesso il ragazzo sentiva quei due discutere scherzosamente sulle curve della segretaria, viaggiando su fantasie spinte e piccanti, sotto le orecchie stufe e ripugnate della moglie e della barista.
Poco gli importava, in fondo, se ogni tanto capitavano come clienti operai liberi durante la loro pausa di lavoro, come quel ragazzo o altri, sporchi e sudati; tanto che a volte neanche rispondeva loro, o rispondeva male se gli chiedevano un caffè o le sigarette.
Ogni tanto si vedeva sua moglie con un occhio nero, oppure con un labbro rotto e gonfio.
Non riusciva a guardare nessuno negli occhi per la vergogna, insoddisfatta di quella situazione.
Si trattava di conseguenze delle “discussioni” con suo marito, al quale piaceva farle le corna, mentre lavorava in quel bar, in compagnia delle bariste (rigorosamente donne e di bella presenza chissà perché!), che pagava come e quando diceva lui se gli permettevano di fare le sue avance a suo comodo e piacimento.
Oltre che occuparsi del bar, la moglie doveva badare anche alla casa ed alle due ragazzine di nove e dodici anni vivaci e mai ferme un minuto che combinavano una marachella dietro l’altra.
Il padre delle due pesti si scaldava, arrabbiandosi ed insultando pesantemente quando le ragazze parlavano o scherzavano con qualcuno di quei “pezzenti”, così li chiamava, e in modo speciale quando s’intrattenevano con quel ragazzo che non poteva soffrire, forse per la paura che insegnasse qualcosa di cattivo alle sue figlie, mentre, in realtà, spesso e volentieri egli insegnava loro a disegnare divertendosi.
Intanto lui era considerato un “qualcuno” nel paese: rispettabile e con sani principi, nonché premuroso ed affettuoso nei confronti della moglie!
Un “qualcuno” rispettabile, proprietario di un bar “importante”.
Un altro “qualcuno” frequentava il suo locale e mi riferisco all’avvocato di cui accennavo prima, il quale, quando s’incontravano, lo salutava con il suo sorriso stampato come in un poster della coca-cola: “Mio caro amico”, proprio come faceva con tutti i clienti.
Il proprietario del bar aveva un cliente il quale si faceva leccare da lui finanche le scarpe, come fosse stato un cagnolino, specialmente dopo un caso che fece scandalo.
Fu quando il proprietario del bar fece una scappatella con una delle bariste, nel deposito delle bibite del bar, ma la sua sfortuna fu che la moglie lo colse in flagrante.
Successe un putiferio, letteralmente parlando.
Quando si entrava nel bar in quei giorni si sentiva un’atmosfera cupa e sporca.
La gente entrava nel bar, ma si vedeva chiaramente che lo faceva malvolentieri.
Pur essendo a conoscenza dell’accaduto, tuttavia, gli avventori facevano finta che non fosse successo nulla, forse per il dispiacere e la compassione nei confronti della donna e delle sue figlie.
La cosa non finì lì, infatti, la ragazza barista rimasta incinta chiese il mantenimento del futuro pargolo, ma lui sparò contro la porta della sua casa a colpi di doppietta.
L’avvocato gli fece ottenere gli arresti domiciliari invece del carcere vero e proprio, ottenendo, in tal modo, un cliente ed un complice che lo serviva e riveriva in tutto e per tutto… locali notturni, spaccio di eroina…
Il ragazzo, vedendoli spesso insieme pensava che fossero il gatto e la volpe in una versione negativa e per niente fiabesca.
Del resto, contenti loro per quello che facevano pur essendo considerati “qualcuno”, contenti tutti.
Neppure si rendevano conto che, disprezzando e sputando sul prossimo e sulle persone di famiglia, la storia non può andar bene per sempre e prima o poi si deve pagare il conto.
Mentre i cosi detti “qualcuno” potevano permettersi di fare ciò che ho detto finora, i “nessuno” come quel ragazzo lavoravano, facendo una vita più o meno normale, problemi e dispiaceri compresi.
Nel bar andava a prender il caffè anche il Sindaco del paese.
Naturalmente vi andava anche tutto il municipio, o per meglio dire alcuni assessori e personaggi di spicco del municipio comunale.
Il nostro sindaco era una persona classica, che cercava di apparire onesto ed integerrimo secondo i canoni burocratici… i suoi canoni burocratici.
Vi andava la segretaria comunale, che si faceva portare il caffè in ufficio per “distrarsi” dallo stress quotidiano e che cornificava il marito con quel “qualcuno” proprietario del bar al centro del paese.
Ed il marito di quella segretaria?
Anche lui si “distraeva” con la vigilessa, ma non tanto per gusto o per trasgressione quanto solo per dire ai suoi amici che era stato con la più bella e desiderata del paese, vantandosi di ciò che le aveva fatto e di come l’aveva fatto.
Cornuti e contenti.

Al ragazzo non piaceva quel paese, specialmente quella gente.
Gli stava stretto e palloso per il suo modo di pensare.
Sognava di viaggiare, girando il mondo, così da avere la libertà di dire ciò che voleva e soprattutto ciò che si sentiva di voler dire.
Conoscere, confrontarsi e scoprire, ma anche imparare e capire, sempre con umiltà e rispetto.
Si sentiva come un uccello in gabbia in quel paese di cui era innamorato.
Era innamorato del posto non certo delle persone.
Aveva molti amici, in quanto, sia pure “strano” si faceva voler bene, anche se di amici veri lui ne considerava pochi, poiché pochi, secondo lui, erano le brave persone di buon cuore.
Per il ragazzo, che da ora inizieremo a chiamare con un nome di fantasia, Milo, quel paese era una gabbia d’oro in cui viveva con i suoi pochi amici, i suoi orari, ed i suoi ricordi che di tanto in tanto rinverdiva ritornando sui posti in cui li aveva vissuti.
Anche quando si permetteva un ritorno al passato, il paese restava per lui sempre una gabbia.
Ogni qual volta non era con amici, passava il tempo a scrivere storie per bambini, davanti al panorama fantastico visibile da un punto preciso ed a lui ben noto del paese.
Restava a contemplare scrivendo, dopo essere passato per un supermercato a comprare qualche lattina di birra e dal tabaccaio per acquistare sigarette.
Provava soddisfazione a scrivere anche quando veniva umiliato da qualche coppia di ragazzi che si recavano in quel punto panoramico allo scopo di trascorrere un momento romantico, o magari per darsi un bacio o una carezza…
Gli sussurravano dietro che scriveva le sue frustrazioni, incapace di tirarle fuori in maniera differente.
Gli sussurravano che scriveva per piangere, poiché era incapace di trovarsi una ragazza…
Gli facevano male quei commenti con tono di scherno, ma non li capiva, anzi meglio, non capiva la ragione per la quale li facessero.
Scriveva storie per bambini, tali che quegli stessi ragazzi che lo dileggiavano avrebbero potuto leggerle ai loro figli prima che si addormentassero.
Inoltre, quei ragazzi, forse futuri genitori, comprando i suoi racconti scritti stampati e pubblicati, e leggendoli ai figli, avrebbero aiutato l’Africa, poiché Milo aveva deciso di impegnare i soldi ricavati dalla vendita dei diritti d’autore in favore dei bimbi vittime delle guerre civili, costruendo scuole ed ospedali appunto in Africa.
Seppe dal figlio di un operaio che lavorava con lui come stavano le cose in Africa.
Prima di diventare operaio, quella persona era una persona con molti problemi, stazionando fuori del supermercato in cerca di spiccioli per comprare qualcosa da mangiare.

Un giorno Milo andò al supermercato per comprare un panino e la sua solita birra che avrebbe consumati tra una riga e l’altra dei suoi scritti.
Era stanco quel giorno.
Stanco sudato e sporco di calce ma non gl’importava.
Voleva solo andare a scrivere in santa pace, nella calma e nel silenzio.
Aveva finito di lavorare in una città distante un’ora di macchina, dove aveva scassato una parete con un attrezzo che faceva un rumore assordante, e per di più con un datore di lavoro rompiballe.
Quel giorno non se la sentiva di stare tra la gente: voleva solo un po’ di tranquillità.
Forse lo scrivere per raccontare storie adatte ai bambini era per lui una semplice e banale scusa onde allontanarsi dallo smog, dalla folla e dallo stress.
Magari quella sera non avrebbe scritto nulla; avrebbe solo mangiato il panino accompagnato dalla birra, per poi fumare una sigaretta, contemplando la vallata da cui si vedeva qualche luce, forse di lampioni o forse di qualche abitazione, ed infine si sarebbe addormetato per un’ora o due.
Il rendersi conto che nelle case fantasticate come probabili fonti delle luci viveva della gente che si godeva la serenità quotidiana e la normalità, gli dava un giusto ed equilibrato senso della vita, poiché immaginava che in quella vallata, dove le luci si accendevano e si spegnevano con lentezza e con calma (forse anche in seguito al traffico di qualche auto), ci fossero tante persone con i loro tanti sogni e le loro infinite belle speranze per un mondo migliore privo di solitudini.
Guardava anche la vallata come un mondo pieno di colori e di suoni che si trasformava a poco a poco, inventandosi nuovo in continuazione con i suoi cicli ed i suoi ritmi, e ne rimaneva meravigliato come chi guardasse con il cuore di un bimbo.
Sì, un bimbo, al quale la natura insegnava molte cose, pur senza che egli se ne rendesse conto.
In quella occasione non poteva non vedere gli occhi di quel tizio che chiedeva solo un quid per sopravvivere.
Del resto il tizio non disturbava nessuno, era una persona con problemi grandi e pareva indifeso nonostante fosse fisicamente un gigante.
Così almeno appariva quel tizio agli occhi di Milo.
Ciò che lo colpì maggiormente furono appunto gli occhi.
Era occhi buoni e tristi, della tristezza di chi si stesse chiedendo cosa ci facesse in quel paese, dove non riusciva a trovare un po’ di serenità, ma anche occhi che esprimevano la bontà immensa di chi sapesse di trovarsi in una situazione di passaggio e che prima o poi essa sarebbe cambiata, perché la fede e la speranza hanno immense potenzialità in ogni uomo: Dio è grande, come dicono in Africa.
Occhi che ti attiravano come una calamita, colpendo la tua attenzione con la forza di un colpo di martello, dicendo quello che non dicevano le parole e neppure quel pezzo di cartone scritto in un italiano pessimo ed arrangiato per forza di cose.
Pensava, quel ragazzo, che finalmente era arrivata una persona come si deve: un vero signore.
Rispetto ai “qualcuno” del paese, Milo vedeva quella persona di gran lungo superiore.
Eppure quella persona non aveva una “posizione”, né una casa, né un lavoro.
Se ne stava in silenzio ed in disparte: non aveva bisogno di parlare come facevano le persone con una “posizione, poiché i suoi occhi parlavano per lui.
Alla uscita dal supermercato Milo gli si fermò davanti, guardandolo dritto negli occhi.
Gli si fermò faccia a faccia, non dicendo una parola, immobile.
Non sa spiegarselo quel ragazzo perché si comportò in quella maniera, forse seguiva il suo istinto.
Per Milo era come se qualcuno o qualcosa gli dicesse di andare da quella persona e parlargli.
Forse era proprio quella persona che lo chiamava per dirgli qualcosa d’importante, anche questa ipotesi è possibile.
I due si guardarono negli occhi come due statue: parlavano in un linguaggio, sconosciuto a molti, ma che tutti conoscono e pochi capiscono.
Parlavano con l’anima.
Non servivano le parole: si vedevano a vicenda.
Poi il ragazzo tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette e disse con tono calmo e gentile:
-“Sigaretta?”
Il grosso omone rispose gentile:
-“Sì, grazie”.
Stranamente sembrava che quella voce gentile ed educata avesse la forza di cento e più persone per quel ragazzo.
Fissando bene quella persona, tutto gli dava l’impressione della forza, ma non della forza fisica, bensì di un’altra forza che non era di questo mondo.
Avrebbe voluto dire tante cose in quel momento, ma forse non riusciva a trovare la commozione giusta, oppure semplicemente non servivano.
Quella persona disse con tono calmo ed educato:
-“Di dove sei?”.
Milo rispose tranquillo:
-“Della zona…”, poi aggiunse con tono gentile e tranquillo “… e tu?”
L’altro rispose calmo e tranquillo, ma come se gli pesasse molto dare quella risposta, come se ricordasse il suo paese quasi se ne fosse andato il giorno prima.
Rispose dopo un lungo silenzio, mentre guardava il soffitto del supermercato, come se in quel momento si trovasse in un altro mondo.
Sembrava non osare guardarlo negli occhi, mentre stava quasi per piangere:
-“Dalla Nigeria”.
Milo assentì con il capo lievemente.
Aveva visto in televisione cosa era successo in quel paese, e le disgrazie procurate dalla guerra civile che c’era in quel momento.
Si ricordò delle immagini raccapriccianti viste durante un notiziario: gli era sembrato di vedere l’anticamera dell’inferno.
La cosa fu strana in quanto era molto raro che guardasse la televisione: la detestava.
Non detestava la televisione in quanto macchinario, poiché in quel caso la definiva un’invenzione interessante, ma aveva in antipatia la sua funzione quale mezzo di comunicazione, per colpa del quale c’era chi la guardava, limitandosi la vita e soggiogandosi a delle frivolezze, mente, all’opposto, c’erano coloro che ne realizzavano i programmi e che Milo riteneva essere ipocriti e iene in quanto usavano un mezzo, tanto potente da smuovere enormi masse sociali, al solo scopo del proprio potere.
Pensava che non avessero mentito coloro che avevano dato la notizia in televisione e che almeno su quel fatto di cronaca avessero detto la verità.
Milo non disse nulla, non gli riusciva.
Pensava solo a ciò che aveva visto per televisione: quelle immagini terribili frutto di guerra e di oppressione forse causate dall’ignoranza e dalla fame.
Si rese conto di cosa avesse passato il tizio che aveva davanti, il nigeriano, e da quale inferno venisse, mentre chinò la testa e strinse i pugni, piangendo, forse per rabbia, forse per tristezza o per il sentirsi impotente davanti a quella persona.
Il nigeriano lo guardava senza dire nulla, mentre Milo tremava e piangeva come un animaletto davanti a tutti coloro che passavano pensando chi sa cosa.
Ad un certo punto quel signore disse con tono calmo e sereno:
-“Non piangere, non hai colpe…”, poi aggiunse, sempre con quel tono sereno e calmo, “… non hai scatenato tu la guerra…” e aggiunse ancora, ma con tono più serio e di rimprovero, “… altri dovrebbero stare dove sei tu adesso. Quelli sì che hanno colpe”.
Chissà per quale ragione quel ragazzo non riusciva a smettere di piangere nonostante che quella persona gli avesse fatto quel discorso.
Poi, inspiegabilmente, il nigeriano trovò il coraggio di dire qualcosa.
Aveva un tono solenne e materno:
-“Piccolo, grande uomo,” e aggiunse, con tono sempre materno e solenne, mentre la voce sembrava come se si fosse rafforzata e fosse stata sostenuta da mille voci lontane, flebili e lievi, ma che arrivavano al cuore, “è troppo grande quel cuore che hai, ed un giorno quel cuore ti metterà nei guai”.
Milo non capiva cosa volesse dire quel signore.
Di certo non si sentiva un grande uomo, ma solo una persona convinta dei suoi ideali, dando per scontato che fosse così per tutti, cioè che alcune cose fossero ovvie, non un dovere, ma tanto ovvie e naturali che fosse addirittura impensabile che esistesse qualcuno che le potesse mettere in discussione.
Era sottinteso che i “qualcuno” erano tirati in ballo perché, anche nell’ipocrisia, non avrebbero mai messo in discussione il valore della vita umana, sia per una questione di comodo, sia per questioni sociali o economiche.
Mai messo in discussione.
Scoprirà, tempo dopo, che non è proprio così.
Piccolo uomo?
Beh, in effetti, rispetto a quel gigante, sembrava davvero piccolo, sembrava un ragazzino dai capelli lunghi: questo era per Milo l’aspetto umoristico, ma la verità è che si sentiva piccolo rispetto a quella persona.
Milo si sentiva piccolo, poiché quella persona che aveva davanti era sfuggita all’inferno rimanendone integro, aiutato e sorretto dalla speranza di poter fare qualcosa per cancellare l’inferno, ma intanto provava disperazione, rabbia ed impotenza riuscendo a capire cosa aveva passato di brutto il nigeriano.
Dimostrandogli ed esternandogli il suo dolore piangeva tremando.
Il nigeriano lo guardò, dopo avergli tirato su il mento dolcemente con un dito, dritto negli occhi e gli disse con tono serio e calmo, con uno sguardo materno:
-“Piccolo, grande uomo…”, seguì un attimo di silenzio, poi aggiunse con un sorriso ed una voce che sicuramente rappresentava molto in quel preciso momento “… non vergognarti di quello che provi, perché è bello e pulito, come il cuore di un bambino…” poi, guardandolo ancora, lo straniero aggiunse scherzoso e sorridente “… ma vedo che anche l’animo di un bimbo si può arrabbiare”.
Quel ragazzo aveva l’animo di un bimbo, ma un bimbo forte e coraggioso che sia pure cadesse in continuazione, si rialzava sempre per combattere ed affrontare le varie difficoltà.
Lo dimostrava il fatto che quel ragazzo fosse lì davanti a quel gigante, a piangere per un problema che forse neanche gli apparteneva, ma era lì, forse a modo suo, a soffrire e pagare per le colpe di altri che avevano causato tutto quello.
Si diede una scrollata, ma la cosa incredibile non fu il gesto bensì la determinazione con cui lo fece.
Stava prendendo una decisione, ed essa nasceva lì, quasi fosse una scintilla, mentre in quel frattempo egli non sapeva quanto essa fosse importante.
Quella decisione la porterà con se per tutta la vita ma è anche vero che di ciò non se ne era reso conto.
La decisione che stava prendendo gli avrebbe dato una forza insospettata, sempre in crescendo e che sarebbe aumentata sempre di più, pur nella inconsapevolezza che egli ne aveva.
Si potrebbe dire che era come se egli avesse avuto un supermotore ma non se ne fosse reso conto, né, tanto meno, avesse saputo come usarlo.
Esso era dentro quel ragazzo, ed era una energia sempre più incontenibile.
Di questo se ne sarebbe reso conto, capendolo, più avanti nel tempo.
Offrì al nigeriano un’altra sigaretta asciugandosi le lacrime rimastegli sul viso, ne aveva versate troppe, sotto gli occhi stupiti e stupefatti di quel gigante straniero.
Al gigante fece colpo la forza espressa da quel ragazzo, una forza che lo faceva destare dal suo dolore ormai diventato rabbia.
Sia pure reagendo male, cioè arrabbiandosi, tuttavia reagiva: era già qualcosa per un cuore sensibile come il suo.
Forse la rabbia era da preferirsi alla disperazione, quella disperazione unita al senso d’impotenza che sicuramente con il passare del tempo l’avrebbero fatto cadere in depressione.
A modo suo, Milo stava spronando se stesso per cercare di aiutare il nigeriano, perché sapeva che se l’avesse aiutato sarebbe stato come se ne avesse aiutati cento come lui.
C’era qualcosa che glielo diceva, forse il suo strano ed inspiegabile intuito che, o senza che egli se ne rendesse conto, gli faceva vedere, capire e sentire cose particolari.
Forse era un messaggio che gli era arrivato dritto nell’anima, oppure stava dando un simbolo a quel problema: se avesse aiutato quella persona sarebbe stata una sua vittoria, sia pure piccola.
Forse le grandi guerre si vincono con le piccole battaglie.
A Milo era venuto d’istinto pensare che al nigeriano servisse qualcosa vedendolo con il viso stanco ed affaticato.
Lo vedeva barcollare e reggersi in piedi a malapena, probabilmente per la tensione: sempre attento anche al più piccolo rumore. Del resto è anche vero che molta gente non vede di buon occhio gli stranieri, specialmente se di colore.
Non è facile sapere il perché si accaniscono tanto contro di loro a volte comportandosi in maniera brusca e cattiva.
Forse non era in regola con i suoi documenti (se li aveva i documenti!), ed in tal caso anche le forze dell’ordine si accaniscono, non tutti, ma molti si accaniscono in maniera feroce.
Forse aveva semplicemente fame, ed allora l’aria stanca ed affaticata poteva dipendere da quella circostanza.
Gli disse con tono spontaneo e calmo:
-“Tieni, mangia…”.
Gli porse le birre ed il panino che aveva comprato, tranquillo e serio, tentando di prendere il problema “in extremis” secondo la sua ottica.
Forse in quel momento invece il nigeriano pensava ad un problema più serio che non fosse la fame.
Del resto come avrebbe potuto stare in piedi se non avesse avuto energie?
Milo non avrebbe cenato, in quanto aveva dato la sua cena al nigeriano e mentre lo osservava mettersi a sedere per mangiare tranquillamente, Milo pensava che quel panino e quelle due birre al nigeriano, grosso com’era, non avrebbero sporcato nemmeno il dente destro, ma per quella sera sarebbe stato già qualcosa.
Almeno quel ragazzo aveva capito la vera situazione del disagio del gigante africano.
Anche solo con il suo gesto era stato superiore rispetto a tanti “qualcuno” che passavano per far spesa.
Uno di questi “qualcuno”, vedendo che quel ragazzo offriva qualcosa da mangiare a quel signore, disse borbottando “Quel ragazzo è proprio sciroccato, invece di mangiare lui regala da mangiare a quella gente…” (al posto di “quella gente” disse altro che mi è sembrato più educato non menzionare), poi guardò con disprezzo e disgusto quel ragazzo e quella persona e aggiunse con voce cattiva, sempre borbottando “… se ne ritornassero al loro paese, che morissero tra loro senza disturbare…” ed aggiunse ancora, mentre se ne andava “Un giorno…”
L’ultima frase suonava come un a brutta promessa, oppure che aspettasse qualcosa di brutto nei loro confronti.
Mentre se ne andava aveva il viso livido di rabbia,evidenziandouno sguardo torbido e crudele.
Quel “qualcuno” era uno che tradiva la moglie, pur vivendo a carico della moglie stessa, ricca e prospera proprietaria di terreni e case, la più ricca di tutto il paese, tanto ricca che poteva comprarsi il paese stesso senza pensieri e problemi.
Quello stesso “qualcuno”, conosciuto e facoltoso medico, dirigente di uno studio medico dove andavano a curarsi le mogli (sue gradite pazienti ed amanti) d’imprenditori, avvocati, giornalisti ed altri membri dell’alta società.
Andavano da lui per nascondere gravidanze, uso di sostanze stupefacenti (in particolare cocaina), oltre che per avere altri “servizi”. Pure, essendo medico, quel signor “qualcuno”, non era riuscito a vedere che quella persona era debilitata forse per la fame oppure per cedimento nervoso, o per entrambe le circostanze, né tanto meno aveva provveduto ad aiutarlo sia pure con il piccolo gesto di donargli una moneta.
Servivano l’occhio ed il cuore di un ragazzo per vedere ciò che avrebbe dovuto essere ovvio per quel “qualcuno”.
In una cosa fu generoso quel “qualcuno” verso quella persona: odio e disprezzo.
Il perché e le sue ragioni sono quesiti senza riposta, oppure hanno una o più risposte per un problema sciocco.
Senza voler considerare che quel nigeriano, non essendo un ”qualcuno” influente e facoltoso, non era degno della sua attenzione se non per disprezzo, mentre per Milo era più ricco lui che non tutti i “qualcuno” messi insieme: aveva l’esperienza e l’umiltà.
Quel ragazzo vedeva mostrarsi l’umiltà, così come era, senza pretendere nulla e senza disturbare nessuno.
Per lui era evidente che quella persona disturbava “qualcuno” anche solo restando in silenzio.
Forse perché quella persona punzecchiava le coscienze dei “qualcuno”.
Faceva un piccolo confronto tra quella persona e i “qualcuno”, cioè le persone importanti, ma il giudizio e le opinione le metterete voi.
Chiunque guardasse quel ragazzo quella sera lo guardava con sdegno, inorridito e con disprezzo, come se quel tizio avesse dovuto solo soffrire, oppure essere alla mercé dei capricci e dei bisogni di chi falsamente glieli chiedesse.
Mino era visto ai loro occhi e per la loro mentalità come un pazzo che stava soffrendo per un problema non suo, mentre al nigeriano, grande e grosso, da qual gigante che era, glielo avrebbero dato sì il lavoro ma per paga gli avrebbero dato un panino dopo avergli imposto di rompere tutto il giorno con pale e piccone, pensando che nella sua terra d’origine quelli fossero i sistemi per trattare chi avesse voluto sopravvivere (ed in maniera rigorosa).
Quindo così dovesse essere trattato secondo loro.
Non sapevano che quel ragazzo soffriva perché la persona che aveva davanti era buona, ovvero riceveva umiliazioni e sofferenze a causa dell’ignoranza e per la fame.
Che grande sofferenza era per Milo non poterlo aiutare ancora oltre poiché in quel momento poteva offrirgli solo un panino e due birre mentre se avesse avuto altri soldi glieli avrebbe dati senza pensarci troppo…
Non sapevano (oppure non se lo immaginavano) che quel ragazzo in quel momento si vergognava di essere solo un semplice muratore, perché se fosse stato un “qualcuno” con una “posizione” l’avrebbe potuto aiutare senza problemi, come tante altre nella sua stessa posizione.
Stava anche soffrendo per l’indifferenza e il disprezzo che le persone riservavano al nigeriano.
Sentiva che non meritava quel disprezzo.
Era lì per chiedere qualcosa da mangiare, oppure (meglio ancora) un lavoro.
Non aveva fatto nulla di male.
Ma ecco che, involontariamente, nella testa e nello spirito di quel ragazzo, istintivamente, scattò una parola, mentre ripensava a tutto quello che ho scritto fino ad ora in maniera indignata e rabbiosa: lavoro.
Se avesse lavorato, lui pensava, l’altro avrebbe avuto una casa, si sarebbe rimesso in sesto…
Aveva capito che in quella posizione non avrebbe potuto continuare a vivere.
Non sarebbe sopravvissuto, tuttavia egli non sapeva se il tizio fosse disposto ad accettare un lavoro.
Forse in quel preciso istante aveva trovato la soluzione, suo malgrado.
Forse il suo timore era il dubbio che andasse a buon fine.
Era già un punto di partenza.
Gli diede le ultime sigarette rimaste, poi disse con tono calmo:
-”Sarai qui domani?”
L’altro assentì, suo malgrado, quasi non fosse presente per quanto era stanco.
Non guardò neanche gli occhi di Milo, non ce la faceva tanto era allo stremo.
La tensione, l’aspettare qualche monetina, lo stare sempre in guardia, quel giorno l’avevano sfinito completamente.
Eppure, stranamente, mentre quel ragazzo se ne stava andando, il nigeriano disse qualcosa con le poche forze che ancora gli rimanevano, con un tono liberatorio, come un sussurro.
Fu come se a parlare fosse stato qualcun altro, invece che lui, parlando però da un’altra dimensione, da un’altra storia, da un altro tempo.
-”Grazie”.
Ma quel ragazzo se ne era già andato, immerso nel cercare una soluzione, pensando a chi poter chiedere del lavoro da offrirgli.
Gli veniva in mente una frase di Nelson Mandela “Non darmi del pesce, ma insegnami a pescare”.
Quel grazie che quella persona aveva tirato fuori con le ultime energie che gli erano rimaste quella giornata, forse rappresentava un ringraziamento per un qualcosa che egli ritenesse essere stato già compiuto, oppure voleva indicare un ringraziamento per l’aiuto che gli aveva offerto, perché sicuramente non ne aveva ricevuti da nessuna altra persona quel giorno.
Se avesse avuto la forza di dire altro, l’avrebbe detto con tutto il cuore, ma per Milo ciò non serviva: quella persona aveva visto giusto.
Forse, per Milo aiutare il nigeriano significava prendere grandi decisioni, anche se non se ne rendeva conto, appunto non accorgendosene.
Sempre quella frase gli martellava nella testa: era come se comprendesse senza sapere e conoscesse senza vedere.
Non darmi del pesce, cosa voleva dire?
Se mi dai del pesce, lo mangio, ed ho ancora fame, ed il problema rimane ed inoltre mi costringi ad essere dipendente da te, perché ti devo chiedere qualcosa per sopravvivere.
Ma se m’insegni a pescare, mi hai aiutato ad essere libero e provvedere, da me, per me stesso, perché ogni volta che avrò fame potrò andare a pescare.
Tra una domanda e l’altra erano queste le riflessioni che stavano nella testa di quel ragazzo, mentre pensava a quanto doveva aver sofferto e l’immenso viaggio che aveva effettuato quella persona per arrivare fino al suo paese, senza pensare inoltre a “come” vi era giunto.
Sicuramente aveva attraversato altri paesi, altre città, non riuscendo a trovare un minimo di pace e di tranquillità per mancanza di lavoro oppure, peggio, per mancanza di tolleranza o per timori nei suoi confronti.
Nella sua testa egli si chiedeva chi fosse mai il nigeriano ed il perché del suo strano incontro, sì strano incontro poiché le altre persone non gli si erano avvicinate, neanche solo guardandolo, quindi neanche sentendo il bisogno di avvicinarglisi.
Invece lui aveva sentito veramente il bisogno come se qualcuno o qualcosa lo spingesse, muovendo e svegliando qualcosa dentro di lui.
Si chiedeva, insieme a tante altre cose, perché sentisse un qualcosa dentro, un qualcosa di buono che gli parlava, ed ogni volta che gli parlava era come se gli parlasse l’infinito al quale non sapeva capacitarsi di rispondere di no.
Tante idee giravano nella testa di quel ragazzo, che forse si era reso conto di averle solo dopo quella sera.
Forse le aveva già quelle domande, ma magari non riusciva a focalizzarle, oppure a capirle.
Ma forse più delle domande, erano le risposte il vero dilemma.
Quelle risposte che nell’animo suo conosceva.
Oppure le risposte che aveva dato ad una per una delle domande, affrontate con curiosità stupore e coraggio (soprattutto coraggio), e rivalutate più e più volte, sentendo senza sapere e riuscendo a capire senza comprendere qualcosa di particolare.
Avendo, ad un certo punto, un inspiegabile soggezione e tanti timori, anche se a quel qualcosa non sapeva dare un nome, né una forma, ma solo un sentimento inspiegabile.
Per lui in quel momento andava bene spiegarlo come un sentimento in quanto interpretazione migliore non riusciva a darsene, anche in ragione del fatto che, tutto sommato, poteva rappresentare un sistema per contrastare una punta di scetticismo oltre che dare una ragione a qualcosa di veramente grande.

Stava bene, per così dire, quella sera quel ragazzo.
Sotto un’espressione enigmatica guardava il cielo e ripensava a quello strano incontro, al posto deve era avvenuto: un giardino pubblico che dopo una certa ora veniva chiuso.
Era sempre in quel giardino che scriveva, ma anche rifletteva e pensava.
Oltre tutto quel posto era tranquillo e lì non c’era nulla che potesse distrarlo (salvo eccezioni) ed essendo il punto più altro del paese gli permetteva di ammirare un panorama incredibile.
Gli suscitava molte fantasie ed immaginazioni. Tanto che pensava che in quel posto fossero nascosti folletti e mini fate, nascosti agli esseri umani per poi ricomparire liberi quando essi fossero andati via.
Quella sera, quando aveva incontrato quella persona, per un attimo pensò che fosse stata una fatina a spingerlo da quella persona, ma quel pensiero durò poco, giusto il tempo di un soffio, ridendoci sopra mosso da scetticismo.
Ma qualcosa l’aveva spinto, oppure attirato, verso quella persona.
Che fosse stato un sentimento, oppure un’ideale o un principio interiore, qualcosa l’aveva spinto direttamente verso quella persona, ne era certo.
Non ne capiva ancora il perché, non sapeva spiegarselo
Forse quel ragazzo doveva incontrare quella persona poiché egli avrebbe dovuto dare un messaggio che, in fondo, sarebbe stato come se fossero stati in tanti a mandargli.
Per Milo anche questa poteva essere una spiegazione.
Era tardi quando ritornò a casa uscendo da quel giardino.
Di lì a poco sarebbe scattato l’innaffiatoio automatico bagnando tutto il giardino e non
lasciando neanche un pezzetto di spazio per stare in pace.
Lo sapeva contado i rintocchi del campanile municipale, poco distante dal giardino.
Proprio quando si sentiva il profumo del prato, di menta romana, germogliata sicuramente lì vicino, e mentre si stava alzando una leggera brezza di aria fresca e pulita, senza odori di macchine, che portava invece l’odore di pane appena sfornato proveniente da un forno lì vicino!
Si stava bene in quel posto, ma il giorno dopo doveva lavorare in cantiere.
A quella ora il paese era completamente deserto, salvo qualche rara macchina guidata da gente che andava a lavorare oppure da chi era stato a cena fuori in qualche ristorante.
Ciò capitava a distanza di molto tempo, tanto che una volta vide passare una persona mentre rintoccava l’orologio e la successiva passò al nuovo rintocco, ed era trascorsa un’ora.
Prima di andare a casa si era seduto su uno scalino davanti alla fontana che era situata al centro del paese.
In vista, dietro la fontana, vi era quel grande orologio.
Un orologio grande che non potevi non vedere, sistemato su una torretta sulla quale c’erano due campane, una grande per rintoccare le ore e una piccola per rintoccare i quarti d’ora, ma la piccola campana non funzionava già da molto tempo.
A fianco dell’orologio comunale vi era una chiesetta.
Da dove era seduto, lui vedeva due campane, puntuali nel suonare la mattina, a pranzo, e a cena, così come la tradizione ecclesiastica riportava ancora in quel tempo.
Ed infine un bar, proprio davanti alla fontana, dove lui era seduto poggiato su un gradino di marmo.
Era seduto sullo scalino del bar del signor “qualcuno”, mentre guardava il campanile della chiesetta da dove sentiva suonare ogni tanto la campana “a secco” in quanto vi era un monello che legava i pantaloni del parroco al batacchio delle campane, dopo averli tagliuzzati a strisce.
Ricordi lontani di quando, ancora bambino, faceva le sue scorrerie, suo malgrado, facendo scoppiare i nervi del parroco e di tanti altri benpensanti del paese che a quel tempo volevano che lui facesse il chierichetto.
Nei suoi ricordi Milo ritrovava il signor qualcuno, proprietario del bar importante, mentre giocava a poker nel suo stesso bar puntando ogni volta cifre incredibili.
Abbassando la saracinesca ed alzandola per gli ospiti di gioco, ogni volta guardava in cagnesco quel ragazzo. Forse per paura di chissà cosa, mentre il ragazzo non riusciva neanche a prenderlo sul serio tanto non gli piaceva il gioco del poker che considerava un gioco stupido ed arrogante, appunto fatto e studiato per gli arroganti.
Voleva starsene solo su quello scalino e pensare, forse per godere della dolcezza e della calma di quella serata.
Quel “qualcuno” e gli affari suoi, quella sera, li considerava come un piccolo fastidio, quasi come una interferenza in una trasmissione radiofonica.
Del resto quel “qualcuno” aveva gli affari suoi e il ragazzo aveva i suoi, solo che quel ragazzo si sentiva di gran lunga più fortunato in quanto aveva la tranquillità e si sentiva in pace, senza sapere il perché.
Si sentiva più ricco e fortunato dei giocatori che erano in quel bar “importante” immaginandoli, per un minimo istante mentre si accanivano, nervosi e diffidenti, l’uno contro l’altro, forse isterici e nevrotici per la vincita o la perdita della posta in gioco.
Quel ragazzo pensava che, a volte, le persone ripongono male i propri sentimenti poiché la felicità e la tranquillità non si comprano, si guadagnano.
Lo scopo e il credo di quelle persone potevano essere sia i soldi, sia la posizione o l’immagine, mentre il ragazzo aveva uno scopo più importante, che lo avrebbe e trasformato in maniera incredibile pur senza che egli se ne rendesse conto.
Dopo un po’ il ragazzo rientrò a casa per dormire, ormai esausto.

Il giorno dopo si alzò già stanco ancora prima di cominciare.
Sembrava che fosse “impastato” ma era comprensibile dato che aveva dormito solo due ore e senza aver cenato nulla.
La prima cosa che fece fu mangiare la pasta che era avanzata dalla sera precedente (con la fame che aveva avrebbe mangiato anche il piatto), poi preparò e bevve due caffettiere di caffè amaro e fumò una sigaretta.
Con poca voglia, ma molto entusiasmo, andò al lavoro.
Durante il tragitto pensava sempre a quello strano incontro.
Non trovava altre spiegazioni se non che aveva incontrato quella persona perché “doveva” incontrarla, forse per dirgli qualcosa o viceversa, oppure perché doveva aiutarlo o essere aiutato da quella persona (in quale maniera non riusciva proprio ad immaginarlo quel ragazzo. Eppure…), oppure tutte insieme le cose concatenandosi una possibilità sull’altra.
Forse (sia pure in piccolo), aver incontrato quella persona voleva stare a significare che da quell’incontro sarebbero successe tante come, come da un avvento.
Poteva essere anche questa una spiegazione, folle che fosse.
Sul fatto che “dovesse” incontrare quella persona ne era certo e convinto, ma rimaneva ancora la domanda sul “perché” dovesse incontrarla anche se non se la chiedeva più di tanto.
Vedeva solo una bella persona da aiutare, e tutto il resto si sarebbe visto in seguito.

Per un piccolo momento, durante la seconda colazione, sentì che il capo cantiere parlava di lavoro.
Ecco la fortuna!
Il momento adatto che stava aspettando!
Si fece coraggio, per paura di sbagliare ad interporsi per dire quello che doveva.
Stava rischiando che il suo proposito non andasse bene.
Non solo.
Rischiava anche che il suo posto, se si fosse fatto scorgere di essere rincoglionito.
Ad un certo punto, visto che aveva in quel momento le orecchie come quelle di un elefante, sentì una parola: assunzione.
Ecco!
Il momento adatto!
Pensava che sarebbe stato stupido da parte sua lasciarsi sfuggire una simile occasione.
Oltretutto perché non è mai salubre dare un calcio alla fortuna, in particolare quando si tratta di cose in cui uno crede: peggio che prendersi a calci da soli.
Si fece avanti e disse con tono timido e gentile, ma pauroso per timore di disturbare e irritare il suo datore di lavoro:
-“Scusate…”, i due guardarono sorpresi quel ragazzo che si rivolgeva loro solo quando gli serviva qualche anticipo, oppure quando gli serviva qualche giorno di permesso (due cose che accadevano raramente).
Il suo principale rispose con tono sicuro ma gentile:
-“Dimmi”.
Milo, sempre con tono timido ed educato, come sapeva essere da quel gran ruffiano che era, ed in quella particolare situazione più che mai perché rischiava il suo posto di lavoro, disse:
-“Non ho potuto fare a meno di ascoltarvi e spero di non disturbarvi.
Cercate un operaio, vero?
Avrei un amico al quale servirebbe quel posto, gli servirebbe veramente”.
I due lo guardarono dritto negli occhi, mentre quel ragazzo non lo dava a vedere ma tremava di paura, tutto timido pensando in quel momento, di aver fatto una grossa cavolata.
Pensava che la possibilità di comprarsi un personal computer se ne stava andando a farsi benedire, così come la possibilità di andare in Argentina nella terra del leggendario Che Guevara: “Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!”
Ma ormai era in gioco. quindi perso per perso decise di giocare fino in fondo.
Del resto, vista la situazione, da quella storia (o errore se preferite), decise di ricavarne comunque qualcosa di buono, cioè che almeno quel gigante potesse avere un lavoro.
Il ragazzo aggiunse, sempre timido ed educato:
-“Questo mio amico è un gigante ed è forte…”, il datore di lavoro lo guardò pensieroso, poi disse con tono calmo:
“Di dov’è il tuo amico?”
Milo ebbe paura: era arrivato il momento critico.
Nella migliore delle ipotesi gli sarebbe toccata una ramanzina che non avrebbe scordato tanto facilmente. Gli avrebbero fatto due scatole così!
Già immaginava che gli avrebbero rovinata la colazione dicendogli che non doveva frequentare “certa gente”, che avrebbe dovuto lavorare sodo per tenersi quel lavoro poiché si trattava dell’unica sicurezza che aveva.
Nella peggiore delle ipotesi… be’ avrebbe dovuto cercarsi un altro lavoro quasi seduta stante.
IL ragazzo abbassò la testa, preparandosi al peggio e disse:
-“Della Nigeria”.
Ci fu un silenzio. L’aria per quel ragazzo sembrava fatta di piombo liquido intanto che già faceva caldo poiché si era in estate ed in un posto dove il sole martellava dalla mattina alla sera.
Non si aspettava la risposta che il datore di lavoro gli dette in quel momento.
Rimase di stucco, in quanto si aspettava di tutto tranne quella risposta che nemmeno gli era passata per la mente.
Forse il datore di lavoro aveva intuito ciò che quel ragazzo cercava di fare o forse l’aveva visto al supermercato.
Quel ragazzo era sulle spine, avrebbe voluto non essere lì, oppure che l’altro si sbrigasse a dire ciò che voleva dire sapendo bene che in un modo o nell’altro gli avrebbe risposto.
Il datore di lavoro sorrise e poi con tono basso e calmo disse:
-“Per caso è quel signore fuori al supermercato?”
Il ragazzo ebbe un leggero sobbalzo, capendo che per lui era arrivato il momento cruciale, e perfino le scarpe da cantiere che calzava gli sembravano in fiamme, e la maglietta bagnata di sudore gli pesava come le maglie di un’armatura medioevale appiccicosa come colla.
Rispose, quasi in automatico, con tono calmo come se si aspettasse un sonoro ceffone:
“Sì”.
Il datore di lavoro assentì con la testa benevolente, aveva capito tutto. La sua risposta era una conferma.
L’aria per Milo era diventata ancora più pesante, durante un momento che gli sembrava eterno, come se il tempo si fosse fermato.
In quel cantiere non c’era un posto all’ombra, ci sarebbe stato in futuro, di lì a poco, quando avrebbero finito il solaio ma lui temeva che non l’avrebbe mai visto poiché non avrebbe lavorato più in quel cantiere.
Ad un certo punto il datore di lavoro disse sorridendo, ma con tono serio e fermo:
“Quando può iniziare a lavorare?”.
Milo tanto non si aspettava quella domanda che per lui fu come se gli avessero gettato addosso un secchio d’acqua gelata ma rispose prontamente e con determinazione:
-“Anche domani, se vuole”.
Il datore di lavoro assunse un’aria dubbiosa e replicò:
-“E…”
A quel punto il ragazzo, prontamente, anticipando la continuazione della frase e stroncandone la successiva domanda, aggiunse con tono determinato:
“… lavora sodo”.
Si guardarono per un istante, immobili, poi, il datore di lavoro abbassò lievemente il capo e disse con decisione:
-“Bene, stasera telefonami che gli voglio parlare”.
Il ragazzo assentì con la testa, sorridendo, poi si accese una sigaretta e riprese a lavorare.
Gli ci voleva proprio quella sigaretta, che gli consentì di scaricare la tensione che gli si era accumulata.
Gli sembrò di respirare aria, quasi il fumo non l’avesse fumato affatto.
Ne accese un’altra (una Marlboro rossa, le sue preferite, un piccolo lusso che si concedeva ogni tanto) ma fu come prima: se fumava o non fumava non cambiava niente per quanto era nervoso e teso.
Se lo sarebbe ricordato di certo quel giorno in quel cantiere.
Una giornata memorabile, da imprimere nei ricordi.
Vi era in un angolo una bottiglia di birra Peroni, che non sapeva di chi fosse, coperta e più al riparo possibile.
La stappò con il suo accendino e ne bevve un sorso, trovando finalmente un po’ di sollievo per quel caldo asfissiante e anche per la tensione e il nervosismo che doveva calmare un po’.
Almeno quel sorso di birra aveva funzionato aggiungendo un sapore in bocca, visto che le sigarette non aveva ottenuto nessun effetto.
La giornata scorreva tranquilla e monotona, quasi non fosse successo nulla, ma non certo per lui che mentre lavorava pensava di aver fatto la cosa giusta, così come si riprometteva di trovargli casa se avesse accettato di cambiare la sua vita e non dormire dove gli capitava.
Tante domande importanti quel ragazzo si faceva, senza tralasciare di pensare alle conseguenze che avrebbe dovuto affrontare se qualcosa fosse andato storto.
Era preoccupato poiché a volte vincere una battaglia non vuol dire vincere la guerra.
Stava pensando a come trovargli da mangiare per i primi tempi.
Le sigarette non sarebbero state un problema se invece di un pacchetto ne avesse comprato qualcuno in più.
Il problema sarebbe stato il cibo, ma vi avrebbe pensato dopo.

Quando incontrò il nigeriano al supermercato era stanco e non aveva fatto nemmeno colazione.
Lo trovò in piedi davanti all’entrata del supermercato, stanco ed amareggiato, in piedi per chieder qualche moneta… o ciò che gli avrebbero dato.
Nessuno dava niente.
Il ragazzo guardandolo si scoraggiò un po’: anche il mangiare sarebbe stato un problema più grande di quanto sembrasse, in quanto quel gigante non poteva contare sull’aiuto dei clienti del supermercato, che di aiuto non gliene avrebbero mai dato.
Nel vederlo, il gigante sorrise e si animò, ma lo sguardo che aveva era triste come se avesse voluto ancorarsi a qualcosa che non sapesse dove fosse.
Gli fece cenno di una sigaretta, senza parlare. Non era necessario.
Quel gigante fumò la sigaretta come se fosse stata la cosa più deliziosa mai gustata da molto tempo.
Il ragazzo comprese subito che quel gigante era spossato e nervoso, segno e risultato della noncuranza e dell’ignoranza della gente “perbene” che non gli aveva rivolto nemmeno una parola se non per qualche pesante insulto.
Segno evidente della paura di se stessi, dovuta al loro non voler scoprire cosa una persona avesse dentro.
Se ne rese conto in maniera evidente e un po’ rabbiosa, ma intanto, dando molta importanza al concetto, si chiedeva come si potesse fare ad essere tanto intolleranti.
Così ciechi davanti a qualcuno che chieda disperatamente aiuto perché non ce la fa più.
Se ne chiedeva il perché ed a cosa portasse.
Disse con tono calmo e tranquillo:
“Lo vuoi un caffè?”, un modo come un altro per cercare di far rilassare qual gigante ma anche per rinfrescarsi e mettesi comodo.
Il gigante neanche parlò, assentì entusiasta.
Un bella birra fresca per se ed un caffè per quel gigante sarebbe stato un buon modo per rilassarsi e far rilassare l’altro.
Bevve il caffè tranquillamente, guardando negli occhi quel ragazzo, poi fece timidamente cenno ad una sigaretta e fumarono entrambi.
Quel gigante sembrò rilassarsi, davanti a quel ragazzo che sorrideva calmo, ma che dentro era furioso nei confronti delle persone “importanti!”, indifferenti persino nel regalargli un sorriso o una parola gentile.
Come se chiedere aiuto fosse offendere.
Gli fece una domanda, guardandolo dritto negli occhi, con tono ponderato e tranquillo:
-”Come stai?”
Un po’ sembrava una domanda stupida, forse perché come stava quel gigante si vedeva bene pur senza bisogno di dirlo, ma non si sa perché a quel ragazzo gli venne da dire solo quello.
Il gigante cominciò a piangere ed a strillare, dicendo quanto fossero inumani gli abitanti di quel paese, degli insulti che aveva subito e delle occhiatacce che riceveva, molto più eloquenti degli insulti.
Milo lo ascoltava calmo e tranquillo, ma con attenzione, rendendosi conto che quel gigante non poteva neanche rispondere o reagire perché avrebbero avuto la meglio su di lui chiamando le forze dell’ordine.
Ed anche perché il ragazzo pensava che quel gigante non avesse i documenti in regola.
Quel ragazzo si rese conto che bastava un posto di lavoro per cambiare le cose: aveva fatto bene la mattina a parlare con il suo datore di lavoro.
Aveva pensato a tutto e calcolato tutto: se avesse avuto un lavoro avrebbe avuto una casa (forse per i primi tempi avrebbe fatto lui stesso da garante), quindi avrebbe potuto fare la spesa, pagarsi le bollette di luce, di acqua, gas, immondizia… e sarebbe stata una prima tappa.
Poi avrebbe fatto venire dalla Nigeria i suoi familiari e nel frattempo si sarebbe rimesso in forse.
C’era quasi.
Lo sfogo di cui aveva avuto bisogno quel gigante, scatenato da una domanda semplicissima e addirittura stupida, era il risultato, se ci si pensa bene, di tante umiliazioni e fame patite ma da nessuno prese in considerazione… a parte quel ragazzo che vedeva tante possibilità se avesse avuto quel lavoro.
Oltretutto la gente “perbene” avrebbe cambiato opinione nei confronti di quel gigante, anche se di poco, ma sarebbe stato già qualcosa (quel ragazzo avrebbe ringraziato il cielo se avessero cambiato opinione prima, mentre era nei guai, così che non avesse avuto tanti problemi).
Milo vedeva quella probabile vittoria come la partenza per altre vittorie a favore di quel gigante.
Gli chiese con tono gentile e calmo:
-”Hai fame?”
Il gigante gli rispose di sì.
Mangiò un panino al formaggio, che a dire la verità pareva avesse ingoiato,
Un bel panino.
Già cominciava a sentirsi meglio, e si vedeva dalla sua espressione leggermente sollevata; per quel ragazzo era già qualcosa.
Gli fece cenno di aspettare e tornò subito dopo con un altro panino, grande quanto il primo, ed una bottiglia di succo di frutta.
Quel gigante divorò letteralmente il panino, tanto che per poco non ne mangiava anche la carta.
Si vedeva che stava letteralmente meglio dopo quel pasto.
Risollevato e rifocillato dopo ore di digiuno.
Aveva ottenuto una cosa certamente importante: si era sfogato e rilassato.
Sicuramente se non si fosse sfogato e rilassato non sarebbe riuscito a mangiare.
Qualcuno l’aveva ascoltato.
Non si capisce ancora come avesse fatto il ragazzo a mettere a proprio agio quel gigante, essendo tornato dal lavoro letteralmente stanco, forse anche con poca pazienza, e probabilmente suscettibile, dopo una giornata passata in tensione a cercare soluzioni che forse non sarebbero servite a nulla.
Si stava chiedendo chi glielo faceva fare tutto quello che stava facendo e pensava che forse si trattasse di un messaggio.
Forse se ne stava chiedendo il perché per il semplice fatto che si stava scoraggiando per colpa della tensione che non dava a vedere ma che comunque provava.
Con tono calmo e tranquillo quel ragazzo si fece coraggio e disse:
“Ti interessa un lavoro?”
Si aspettava una risposta brutta e secca da parte di quel gigante, una risposta di quelle che fanno male, guardano l’espressione persa e frastornata del gigante, dopo che gli aveva posto la domanda:
Quel gigante tuttavia non aveva capito bene, in un primo momento, poi divenne serio e guardandolo negli occhi rispose calmo ma secco:
-“Certo che mi interessa un lavoro!”
Milo sorrise leggermente, prese il suo telefonino e chiamò il suo datore di lavoro dando appuntamento dopo dici minuti.
Quel gigante era stupito e meravigliato: aveva capito cosa stava cercando di fare quel ragazzo.
Non riusciva a credere alla notizia dell’opportunità di cambiare la sua vita. Non gli sembrava vero.
Parlò con il datore di lavoro, dopo essersi educatamente presentato.
Fu una conversazione breve, ma serena tra loro.
Il ragazzo da lontano li guardava parlare, visto che il suo datore di lavoro aveva chiamato il gigante in disparte, e pensava che il nigeriano stesse avendo una possibilità.
Ora stava al gigante raccogliere o meno quella possibilità.
Credo che sia normale dire che quel ragazzo era leggermente sulle spine in attesa dell’esito della conversazione, forse un po’ per orgoglio, forse per un senso di rivincita verso quegli stessi paesani intolleranti ed indifferenti a certi problemi.
Perché fare un qualcosa di buono è sempre una bella cosa, indipendentemente se gli altri la capiscono o meno, ed a volte cambia la vita delle persone.
Non importa se chi la mette in azione sia ricco o povero, bianco o nero, l’essenziale è farloa nella speranza che aiuti e porti felicità o almeno che sia la cosa giusta da fare.
Rispetto alle persone “perbene” che non riuscivano a cambiare la propria vita nonostante tutti i loro soldi e tutto il loro potere, quel ragazzo con una buona intenzione ed un piccolo gesto (anche se molto sofferto per trovare il coraggio di attuarlo) stava cambiando la vita ad una persona ed alla sua famiglia.
In quel momento non se ne rendeva conto di ciò, pensando solo a cercare di salvare quel gigante perché se fosse rimasto per la strada non sarebbe sopravvissuto.
Se fosse rimasto in strada quel gigante forse avrebbe trovato una realtà diversa, forse no, ma questo non lo sapremo mai.
Il gigante tornò al tavolino, dopo aver salutato il suo datore di lavoro. Si sedette con calma e tranquillità.
Guardava un punto fisso del tavolo e forse ripeteva quel momento dentro se stesso ancora non credendo a quanto gli era successo.
Poi disse qualcosa, assorto, guardando un punto fisso sul tavolo, con tono calmo, quasi sussurrando:
-” Ho un lavoro, adesso”.
Poi alzò lo sguardo e guardò il ragazzo dall’aria calma e tranquilla e disse con tono calmo e risoluto:
-”Grazie”.
Forse avrebbe voluto dire altre cose, ma questo quel ragazzo non lo seppe mai, né riuscì mai ad intuire cosa.
In quel momento era assorto a come potesse farlo resistere nel cantiere, chiedendosi cosa sarebbe servito per farlo recuperare più velocemente.
Un modo più pratico per fargli recuperare le forze.
Qualcosa di più del semplice panino che gli era servito per riempire la pancia.
Cercava di farsi venire qualche idea per trovargli scarpe da cantiere, un posto dove mettere i vestiti di ricambio senza che si perdessero… doveva studiare bene le necessità, un poco per lì ed in quel momento, ed un poco per ogni occasione che gli si sarebb epresentata in seguito, perché era vero che la cosa importante era fatta, ma non era ancora finita l’opera completa.
Se ne andò solo, aveva bisogno veramente di una doccia.
Più tardi gli avrebbe portato qualcosa da mangiare (quello che sarebbe riuscito a portare via da casa senza farsi scoprire da sua madre), forse sarebbe stato un piccolo problema il modo come portarglielo, ma non più di tanto, perché si sarebbe inventato qualcosa.
La sera, dopo cena, in casa non c’era nessuno (per sua fortuna, altrimenti quello che aveva intenzione di fare andava a rotoli).
Sua madre si sarebbe infuriata tantissimo se avesse scoperto che aiutava “quella gente” come la definiva con gratuito scherno e disprezzo. Oltretutto doveva stare attento a chi incontrava per strada, perché essendo appunto un paesino la gente non si faceva mai i cazzi propri, riferendo a sua madre ogni cosa che egli faceva o diceva.
Forse per lo stupido e crudele divertimento di mettere zizzania e potere poi spettegolare tra loro.
Forse per crudeltà in quanto quel ragazzo dalla mentalità libera ed aperta non seguiva per niente le loro “aspettative”, comprese quelle del prete del paese che lo avrebbe voluto sempre in chiesa “seguace” di una istituzione che invece quel ragazzo evitava nella maniera più assoluta, visto le varie magagne che quel prete faceva, non comportandosi come chi si professava di essere.
La madre di quel ragazzo lavorava come assistente notturna per gli anziani, ed il padre, al termine del telegiornale andava a dormire in modo automatico.
Per quel ragazzo fu facile preparare qualcosa da mangiare, mettere tutto in una borsa ed uscire, tanto i suoi sapevano che egli faceva un giretto la sera.
Per fortuna in strada non c’era nessuno, oltretutto con quella borsa non destava sospetti.
Cercando di non far “suonare” la pentola con il piatto nella borsa e non rovesciare il sugo, alla fine andò tutto in modo perfetto.
Il gigante mangiò con gusto quella pasta in un luogo appartato, con grande rammarico e dispiacere del ragazzo che avrebbe voluto farlo mangiare in maniera più civile non lì per terra
Era in fondo la prima volta che mangiava la cucina italiana (per la fortuna e l’imbarazzo del ragazzo).
Non aveva avuto il tempo, e lo spazio nella borsa per portare altro, altrimenti l’avrebbe portato, visto che quel gigante aveva gradito.
Almeno quel ragazzo trovò quella soddisfazione quella sera.
Era stanco.
Si avviò a casa, anche perché doveva lavare tutto in fretta e poi rimettere tutto a posto per non farsi scoprire, altrimenti, in seguito, sarebbe stato controllato dopo aver ricevuto “una lavata di testa” di quelle memorabili (nemmeno quello però sarebbe stato un problema in quanto da un orecchio gli sarebbe entrata e dall’altro uscita) rendendo tutto più difficile.
Si addormentò sfinito, ma contento, pensando a cosa avrebbe fatto l’indomani, cioè come gli avrebbe procurato da mangiare.
Pensava di cercare un posto più tranquillo per non correre il rischio di essere disturbato dalle forze dell’ordine: non si sa mai.
Ci rifletteva sopra anche perché a lungo andare c’era la possibilità che qualche persona “perbene” le potesse chiamare.
Doveva provvedere.
Si stupiva ed ebbe un sussulto, prendendo un bel respiro di sollievo perché fino a quel momento gli era andata bene, ma si rendeva conto che quella fortuna non sarebbe durata per sempre.
Con tristezza e rabbia si rese conto che quel gigante era il capro espiatorio perfetto per quei paesoni, per le loro frustrazioni e il loro falso perbenismo. Il fatto che fosse stato sempre gentile e non avesse risposto male a nessuno era stata la sua fortuna il suo scudo in un certo senso.
Non avevano parlato quella sera, non un granché almeno, ma fu una serata piacevole per il ragazzo che avrebbe voluto chiedergli tante cose sul suo paese, sulle usanze, sulla cucina, cosa c’era di differente dall’Italia… ma andava bene così per lui.
Forse riuscendo a capire che non era il caso, ed anche per rispetto, lasciandolo mangiare in santa pace.
Anche perché trovava giusto che mangiasse tranquillamente.
Se poi avesse fatto quelle domande non sarebbe stato per egoismo, ma semplicemente per una innata curiosità e per la voglia di conoscere, senza cattiveria.
Del resto aveva sempre avuta la fissazione di sentir parlare uno sconosciuto del suo paese e poter confrontare con quello che conosceva già per arricchirsi e migliorarsi.
La mattina dopo, di buon’ora quel ragazzo si presentò davanti al supermercato per andare all’appuntamento con quel gigante e poi andare al lavoro.
Quasi sembrasse elettrico, nel suo sguardo concentrato, forse nel pensare a come sarebbe andata quella giornata e cosa avrebbe pensato il suo datore di lavoro.
Quel ragazzo lo capiva poiché c’era già passato.
Sapeva che tutti quei pensieri che quel gigante provava, per la maggior parte erano preoccupazioni inutili.
Solo di una cosa si doveva preoccupare quel gigante; di lavorare sodo e mettersi in forze.
Il ragazzo lo salutò gentile e calmo:
-”Buon giorno…”, poi guardandolo meglio e notando che aveva ancora sonno (e chissà dove aveva dormito) aggiunse con tono gentile tranquillo “Vuoi fare colazione?”
Il gigante si scosse e salutò sorridendo e gentilmente quel ragazzo, poi disse alla stessa maniera:
-”Sì, ma quando dobbiamo andare al lavoro?”
Il ragazzo sorrise e disse:
-“Tra poco, il tempo di un caffè e una sigaretta”.
Presero un caffè nel bar dove erano stati il pomeriggio prima e fumarono una sigaretta strada facendo.
Arrivarono in tempo, perché era appena arrivato il datore di lavoro.
Il gigante era nervoso ed emozionato, situazione comprensibile.
Fu una giornata tranquilla una volta scesi dalla macchina ed arrivati in cantiere.
Non ci furono problemi quel giorno.
Il ragazzo lavorava sodo come suo solito e il gigante si dava da fare come meglio poteva, in quanto non conosceva il mestiere, ma lavorava sodo anche lui.
Alla fine della mattinata, a pranzo, quel ragazzo prese una busta con dentro due panini, uno per lui ed un altro per quel gigante (preparati la mattina prima di uscire di casa).
Fu una giornata intensa, con quel gigante che faceva un sacco di domande su come fare le cose sfinendo quel ragazzo. Ma andava tutto bene.
Oltretutto quel ragazzo aveva notato un problema: le scarpe che aveva non avrebbero retto per molto, ed oltretutto quel gigante aveva i piedi grandi.
Se non faceva in tempo a trovargli un paio di scarpe da cantiere erano casini, anche perché non aveva idea di come trovargli un paio di scarpe… più grandi.
Era sfinito.
Quel ragazzo alla fine di quella giornata, tra pensare al lavoro (per ciò che doveva fare lui e per ciò che faceva fare a quel gigante, standogli dietro e seguendolo, rispondendo anche a tutte le domande che il nigeriano faceva incessantemente), pensare a come procurargli quello che gli serviva, con svantaggi e vantaggi per ogni cosa che avrebbe dovuto fare e per come avrebbe influito sulla vita di quel gigante, soppesando e calcolando tutto… era sfinito.
Pensava per il meglio possibile per quel gigante ed anche più in fretta possibile, perché più in fretta organizzava e faceva e prima il nigeriano avrebbe avuto l’indispensabile, così che prima si sarebbe ripreso ed avrebbe evitato di ricevere tante cattiveria.
Finita quella giornata, andarono al solito bar, dove il pomeriggio precedente avevano incontrato il datore di lavoro del ragazzo.
Tra le facce indifferenti e cupe di qualcuno dei clienti di quel bar, Mili seppe che il nigeriano non sapeva nemmeno cosa fosse una birra, in compenso però quel gigante gli parlò di di una bevanda della sua terra prodotta facendo fermentare le banane.
Mentre quel gigante raccontava come si produceva quella bevanda chiamata Bomampe, Milo si rese conto di quanta voglia aveva di viaggiare e scoprire; di quanto fosse stufo e stanco di un piccolo paesino in cui non succedeva mai nulla e che non dava soddisfazione alla sete di conoscenza che aveva.
Quel paesino, nel quale egli considerava solo pochi amici e brave persone, sentiva che non gli bastava più.
Non gli bastava più solo sognare poiché i suoi sogni erano meravigliosi, uno più dell’altro, ma irrealizzabili in quel luogo.
In qualche modo doveva realizzarli.
Due persone di cultura una differente dall’altra stavano in un bar, seduti ad un tavolo: Milo bevendo la sua birra ascoltava calmo ed attento, l’altra persona raccontava e spiegava cose delle quali non s’immaginava neanche l’esistenza da parte di un popolo civilizzato come il popolo italiano.
Sarebbe un eufemismo dire che la conoscenza si ha quando le persone, confrontandosi pacificamente con parole e dialogo si capiscono.
Quel ragazzo ne ebbe conferma quando, tempo dopo, cercò informazioni su quella bevanda, non trovando nulla al riguardo seppure essa, nel paese del gigante, fosse una bibita conosciutissima, tanto che lì chiunque sapeva prepararla.
Ma questa è un’altra storia.
Era ormai sera, il ragazzo doveva rientrare a casa, ormai sfinito, per lavarsi e rilassarsi,
e per organizzare qualcosa che doveva ancora fare, come la sera precedente.
Era un po’ di tempo che non ascoltava il suo album preferito “Led zeppelin 3”, per dirla tutta era un po’ di tempo che non si metteva con i suoi CD in santa pace a scrivere le sue storie fantastiche, stando sempre attento ai suoi poster di cui aveva tappezzata la stanza.
Ma sopratutto attento ad una icona di stoffa con l’immagine del CHE alla quale teneva tantissimo (e sulla quale il parroco fece qualche “osservazione”, per sua sfortuna, quando sua madre lo invitò a benedire la casa per Pasqua) per la quale era sempre attento che le puntine non si staccassero, oppure che non fosse sporca di polvere o ragnatele, facendola rimanere sempre impeccabile.
Si fermò un momento guardando quello che chiamava “glorioso ed onorevole vessillo”, pensando in cuor suo che ciò che stava facendo era giusto, e che anche quella era una lotta a pensarci bene: la lotta di un ragazzo con poche possibilità e che sbeffeggia quei paesani “importanti” che avrebbero potuto aiutare senza problemi o difficoltà quel gigante abbandonato a se stesso.
Si prenderà cura in seguito del suo “glorioso vessillo” con maggiore gioia e soddisfazione sentendo ciò che avrebbero potuto sentire quelle persone “importanti” se avessero tirato fuori un po’ di sentimenti e di umanità.
Quel ragazzo sentirà qualcosa d’importante e di bello nella sua vita, senza sentirsi “importante”come coloro che, per dimostrare di valere qualcosa, hanno bisogno di soldi ed influenze, oltre che di apparire invece che di essere.
Si meriterebbe quel viaggio in Argentina, leggendaria terra del leggendario CHE che egli osannava a modo suo.
Osannava a modo suo quel personaggio storico che aveva aiutato e protetto tanta gente, dando simbolo di umanità e civiltà a molti ed insegnando loro a non lasciarsi schiacciare.
Un esempio da seguire per quel ragazzo che avrebbe dato il braccio destro per essere almeno un po’ come lui.
Perlomeno ci provava ad essere un po’ come lui.
Preparò il tutto per farsi una doccia, per poi preparare qualcosa per il pranzo del giorno dopo, così avrebbe recuperato tempo.
Gli venne automatico preparare qualcosa in più, con la scusa pronta, se sua madre gli avesse chiesto qualche spiegazione, che aveva più fame perché faceva più caldo e si lavorava di più.
Telefonò ad un suo amico per un paio di scarpe più grandi e per un paio di scarpe da cantiere della stesa misura.
L’amico pensò che fosse uno scherzo perché il piede di quel ragazzo non poteva essere cresciuto passando da 43 a 45 conoscendo bene la fisionomia di quel ragazzo.
Un problema era risolto: quel gigante aveva delle scarpe delle quali un paio anche adatte al suo lavoro.
Buone scarpe da cantiere.
Uscì poco dopo, lavato e sistemato (anche se “sistemato” per lui era una maglietta, un paio di scarpe da ginnastica ed un paio di jeans) ed andò al baretto ad incontrare il gigante.
Lo guardarono tutti con diffidenza, ma non era colpa di quei ragazzi perché non lo conoscevano.
Non erano neanche scortesi o aggressivi con quel gigante, semplicemente per loro era una faccia nuova.
Erano anche impressionati da quell’omone gigante, che si sentiva imbarazzato e non voleva creare problemi, né disturbare, ma che senza quel ragazzo si sentiva come un pesce fuori dall’acqua.
Milo conosceva i clienti di quel bar: per la maggior parte bravi ragazzi, dalla mentalità aperta, forse un po’ troppo scalmanati il sabato sera.
C’era qualche “rampollo” come li definiva in maniera spicciola e senza mezzi termini quel ragazzo.
Per Milo i “rampolli” (a volte li chiamava anche in altri termini che non posso scrivere) erano quei figli viziati presuntuosi ed arroganti di papà ai quali non mancava mai niente e che pretendevano tutti ai loro piedi.
Gente che si collocavano all’apice della scala sociale (anche se a volte si infrangeva… contro il pugno pesante di quel ragazzo).
Non ci furono problemi quel pomeriggio e così come il pomeriggio precedente si dettero appuntamento per la cena.
Cenò tranquillo quella sera, aspettando che suo padre andasse a dormire e che sua madre si recasse al suo lavoro da una vecchina che era uscita dall’ospedale ed avrebbe potuto aver bisogno di assistenza la notte.
Gli preparò la cena in fretta e furia, arraffò ciò che poteva dal frigo in modo da far sembrare a sua madre che avesse una fame inaspettata.
Non fu una cena spiacevole perché quel gigante aveva capito la sua voglia di conoscenza, forse da come lo ascoltava oppure dalle domande precise e dirette che quel ragazzo gli faceva con piacevole compiacenza.
Dalle sue parole aveva imparato più cose sulla terra da dove il gigante veniva che non in tutti i documentari televisivi
Quasi senza che il nigeriano si accorgesse che il ragazzo era intento ad apprendere.
A sua volta quel gigante poneva domande.
Per esempio non aveva mai visto quel formaggio, né l’aveva mai provato prima di quella sera in cui il ragazzo l’aveva trafugato.
Milo quella sera si riteneva soddisfatto. Aveva appreso cose curiose ed interessanti ed era compiaciuto poiché il gigante non era uno stupido.
Più cose quel gigante imparava, più sarebbe stato facile la vita per lui da quelle parti.
E non sarebbe stato solo.
Tutto questo nasceva spontaneamente tra quei due.
Si potrebbe chiamare voglia di comunicare, di conoscenza e rispetto, ma se vi è un altro nome potete darglielo voi.
Era sfinito quel ragazzo quella sera.
Presto sarebbe ritornato a scrivere nel suo posto preferito, in santa pace, come piaceva a lui, senza disturbare nessuno (o così sperava), con soddisfazione e inventiva, come se quel suo posto fosse il suo laboratorio delle idee e dei sogni.
Non andò proprio così.

Si chiedeva sempre quella sera come aveva fatto il nigeriano ad arrivare nel suo paese, come mai gli era andata bene fino a quel momento.
Si chiedeva come mai una persona intelligente come quel gigante non fosse diventato una persona importante nel suo paese.
Cosa lo avesse spinto ad andarsene dal suo paese e perché quella sera l’avesse incontrato proprio lui.
Non trovò risposte quella sera, addormentandosi tranquillo e sereno nel suo letto, sfinito come al solito.
La mattina seguente andò al lavoro, già sapendo che quel gigante lo stava aspettando, e quella volta gli portò le scarpe da cantiere che aveva trovato per lui.
Presero un caffè e andarono al lavoro.
Fu una giornata tranquilla ma stressante poiché quel gigante lo tempestava di domande.
Nulla che al ragazzo desse fastidio: chiedeva del lavoro ed il perché si facesse nel modo in cui loro lo stavano facendo.
Presto quel gigante avrebbe riposato su un letto normale, era questo il pensiero del ragazzo quel giorno.
Stava infatti pensando a come procurargli una casa.
Qualcuno che potesse affittare una casa al nigeriano ritenendo le mensilità come un guadagno in più, senza ricevere alcun problema.
Qualcuno che non avesse risentimenti razziali o simili stranezze, e che considerasse tutto a posto fino a quando il gigante avesse pagato l’affitto.
Difficile da trovare qualcuno così con tante persone che avevano la puzza sotto al naso.
Senza escludere di prendere la prima occasione che gli capitasse.
Non sembrava a vederlo, con quell’aria calma e paziente, ma quel ragazzo era sempre attento come una gatto.
Come caparra l’avrebbe aiutato lui se necessario, poi se la sarebbe cavata da solo.
Aveva sentito alcune storie che si vociferavano con discrezione da quelle parti.
Storie del genere che si affittavano vere e proprie catapecchie agli stranieri a prezzi esorbitanti.
Non voleva che succedesse questo.
Anche perché coloro che affittavano le baracche erano avidi e pretenziosi e trattavano male chi le prendeva in affitto, come se affittandole avessero fatto anche una cortesia.
Voleva che quel gigante avesse una vita dignitosa, come è giusto che ogni persona debba avere, biondo, rosso, o giallo che sia.
Ed anche per soddisfazione personale, perché era un idealista.
Era responsabile di quella persona (o almeno quel ragazzo si sentiva tale) e non poteva lasciarlo al suo destino, anche se ciò che gli serviva ormai in parte l’aveva ottenuto.
Non era così per Milo: aveva deciso di aiutare quel gigante e voleva farlo bene.
Quel gigante inoltre sapeva sì leggere ma non la lingua italiana, per cui i vari annunci ed affissioni non li capiva.
Oltretutto quel gigante non conosceva ancora nessuno…
Toccava per forza di cose che fosse lui a provvedere, ed in quel momento era molto difficile per lui.
Ritornando dal lavoro quel pomeriggio, a solito bar, successe però qualcosa di inaspettato.
Incontrando i suoi soliti amici, tra una battuta scherzosa e una birra seppe notizie di una casa in affitto.
La fortuna andava presa al volo ed aiutata, perché altrimenti non si sarebbero presentate altre occasioni.
Inoltre se la casa era in buono stato, se il proprietario fosse stato bravo e se l’affitto non fosse stato esagerato lo si sarebbe visto in seguito.
Andarono a chiedere e ad informarsi appena finirono la birra, dopo aver salutato i suoi amici e ringraziato dell’informazione.
Contenti ed entusiasti perché come proprietario avevano trovato una vecchina di buon cuore e gentile che era sola e malandata.
Era piena di acciacchi della vecchiaia e non c’era mai nessuno che l’andasse a far visita ed a scambiare due parole con lei.
Ed oltretutto quell’appartamento era vicino alla casa della vecchina. Si sarebbero aiutati a vicenda in un modo o nell’altro.
Passò una settimana e sempre quel ragazzo gli offriva il caffè al bar per colazione, gli preparava il pranzo (un panino) e la cena la sera.
Cercava d’insegnargli tutto quanto sapeva anche scherzandoci sopra come sempre.
Si tempestavano di domande e di risposte quei due, ed alla fine quel ragazzo aveva intuito giustamente: in Niger quel gigante aveva una moglie ed un figlio.
Il gigante cominciava ed essere più tranquilli e più rilassato.
Forse quel ragazzo aveva lottato per quel gigante in un certo senso dandogli la possibilità di lottare per la sua famiglia.
Il mondo che quel gigante gli raccontava era tutto diverso da suo, addirittura gli parlava di cose che non ne conosceva l’esistenza, come quel giorno giorno che mosse casualmente un sasso e vi trovò uno scorpione.
Rimase sorpreso perché nella sua terra gli scorpioni erano grandi il doppio ed il veleno era mortale per l’esser umano, senza scampo.
Milo imparava anche un nuovo modo di conoscere le erbe.
La menta romana italiana è ottima per rinfrescare e tonificare nei periodi caldi e veniva usata dal popolo Sufi più a nord della terra del gigante.
Lo usavano come bevanda calda chiamandolo “tea verde”.
La cosa strana era che qualche amico di quel ragazzo era stato in Africa, ed aveva assaggiato il tea verde, ma non aveva la minima idea di come si facesse, né quali piante fossero usate, ignari ed inconsapevoli che quella menta crescesse anche in Italia.
E nessuno sapeva che lo stesso tea verde si travasasse in tre bicchieri per renderlo tiepido più rapidamente.
Facevano presto ad imparare l’uno dall’altro, ed anche molto bene: due spugne che assorbivano conoscenze l’uno dall’altro scambiandosene quante più fosse stato possibile.
Addirittura quel gigante leggeva Topolino, un fumetto per ragazzi, su consiglio di quel ragazzo, per imparare in maniera divertente e semplice la lingua italiana (vecchi giornaletti che quel ragazzo aveva ma non leggeva più), oppure leggeva Gesso o Nonna Abelarda…
Affittò casa quel gigante alla fine di quella settimana.
La Domenica si fece una dormita colossale durante tutta la giornata.
Quel gigante si stava riprendendo bene.
Mancava solo che quel gigante avesse qualche vestito per cambiarsi (invernale e non) e qualche paia di scarpe.
Milo aveva raggiunto quella che lui chiamava “piccola vittoria” (gli aveva trovato lavoro, gli aveva dato da mangiare e gli aveva trovate scarpe da cantiere) e non poteva perdersi in una cosa così stupida in quel momento, ma non sapeva dove poter trovarli.
Gli venne un colpo di genio.
Un’idea.
Anche se c’era il pericolo che avrebbe dovuto dare spiegazioni.
Chiedere i vestiti e le scarpe a chi gli aveva regalato le scarpe da cantiere.
Non gli veniva in mente nessuna altra persona, anche perché nessuno aveva la stessa corporatura di quel gigante.
Forse l’avrebbe potuto aiutare un amico che stava alla Caritas, ma l’ultima volta che Milo vi era stato, quella persona era risultata sempre impegnata, tanto che non poté prestargli attenzione.
Questa volta avrebbe fatto attenzione.
Milo sapeva come prenderlo.
Sarebbe bastato “arruffianarsi” un poco con del vino di quello buono e trovare il momento giusto, accompagnando il vino con delle buone lasagne fatte in casa alle quali il suo amico non sapeva resistere… tanto era una buona forchetta.
Si sentiva meglio quel ragazzo ad ogni “piccola vittoria”.
Era uno schiaffo morale che dava a quelle persone “importanti”.
Almeno nel suo piccolo sentiva di aver fatto la cosa giusta, perché più “vinceva”, come a lui piaceva definirla, più dava forza ai valori umani facendosi, in un certo senso, valere egli stesso.
Quel gigante andava a lavorare tranquillo insieme a quel ragazzo, lavorando di buona lena, anche perché ormai aveva sistemato i suoi documenti ed il permesso di soggiorno e quindi non era più in pericolo che le forze dell’ordine gli creassero problemi.
Ci aveva guadagnato anche quella vecchina malandata e sola che aveva affittato l’appartamento al gigante, il quale le puliva la casa, le faceva la spesa e, se serviva, l’assisteva quando stava male.
Il nigeriano era interessato ai racconti della vecchina.
Li ascoltava con estrema attenzione ed interesse. Racconti per lo più della sua vita, dei suoi problemi e delle sue speranze (una delle quali era che i suoi figli la venissero a trovare ogni tanto) che lei esprimeva sorseggiando spesso una tazza di tea verde, bevanda della quale la vecchina non conosceva neanche l’esistenza e che non si sarebbe mai aspettata di assaggiare, così come quel gigante non si sarebbe mai aspettato di bere il vino rosso tipico di quelle parti.
La vecchina, indirettamente e ad insaputa di quel ragazzo lo aveva soprannominato ragazzo magico anche se “pestifero”.
Perché accompagnando il nigeriano a chiedere ospitalità, e facendoglielo conoscere, egli aveva portato un po’ di serenità nella sua vita, ma questa è un’altra storia che si racconterà in seguito.
Il tempo passò e quel gigante riuscì a far venire in Italia sua moglie ed il figlio di quattro anni.
La vecchina ne fu veramente felice ed inoltre nella sua casa prima vuota e triste ora c’era vita.
Sua moglie era sempre attenta e premurosa verso la vecchina… bambino permettendo che si dimostrava sempre curioso di tutto e non stava mai fermo un momento.
Oltretutto se non lo si sentiva era la volta buona che stava combinando guai.
Una volte fermò il bambino in tempo mentre aveva agguantato il sapone per lavare il pavimento e se non glielo avesse levato per tempo il piccolo l’avrebbe bevuto.
Milo, ogni tanto, seguendo la strada per andare nel suo posto preferito per scrivere, passava a salutarli restando soddisfatto e contento per avere riunito quella famiglia e per aver dato piacere alla vecchina.
Una famiglia felice che non disturbava nessuno e che conduceva una vita serena, cogliendo ed apprezzando l’opportunità che le erano state offerte.
La moglie di quel gigante era convinta che Milo stesse combattendo contro nemici che molti ignorano: l’ignoranza e la fame.
Secondo quella donna, il ragazzo non usava la forza, oppure la durezza, ma la comunicazione ed i propri sentimenti ed il suo cuore.
Lo riteneva un ragazzo forte d’animo e coraggioso, capace di ficcarsi a picco in battaglie ardue ed impossibili, mosso da grandi ideali e grandi sogni, capace di rialzarsi ogni volta, anche se a fatica, per lottare ancora.
Non capì mai chi desse forza a quel ragazzo, quella piccola peste ribelle che non mandava certo a dire quello che sentiva, ogni volta che qualcosa non gli piaceva, e che era pure capace di svergognare quei “qualcuno”, a volte in maniera pesante, mettendoli in ridicolo.
Così come non capiva mai come facesse ad avere tanta sete di conoscenza, insaziabile ed inarrestabile, della quale lei ed il nigeriano si scoprirono a loro volta insospettati ed involontari insegnanti.

Passò un po’ di tempo ed un giorno, ritornando dal lavoro e passando dalla piazza principale del paese, Milo incontrò quel signore che aveva aiutato dandogli da mangiare ed un po’ di soldi.
Fu sorpreso nel vederlo. Era l’ultima persona che si sarebbe immaginato d’incontrare.
Era sporco e stanco quel signore.
Si guardarono e si salutarono, abbracciandosi.
Si sedettero in un bar sulla piazza, ma quel signore che era un vero galantuomo disse con tono timido:
-”Qui meglio di no, la gente ci guarda…”
Di fronte a quell’atteggiamento tanto timido quel ragazzo rispose incredulo e noncurante:
-”E con questo?”
Il signore rispose timidamente quasi vergognandosi:
-”Non ho un buon profumo, per dirla tutta puzzo come un animale”.
Milo si alzò di sobbalzo e con tono risoluto disse:
-”Quando sei con me non devi aver paura di niente!”
Il signore replicò, sempre timidamente:
-”Ma potrebbero crearti problemi!”
Quel ragazzo guardò quel signore negli occhi e disse con tono tranquillo, ma leggermente opaco, per sottolineare la sua decisione:
-”Che ci provino”.
Quel signore non disse nulla, abbassando leggermente il capo sorridendo contento.
Quel ragazzo sentiva le occhiate addosso e lo sdegno di quei “qualcuno”.
Non osavano però dirgli niente, perché quel ragazzo li avrebbe fatti piccoli piccoli.
In passato già più di uno aveva sperimentato il suo caratteraccio e la sua lingua tagliente, affilata tanto da colpire dove poteva fare più male.
Poi, come se non bastasse, conosceva la legge italiana, per cui li avrebbe distrutti ancora di più ritorcendo contro loro ciò che avrebbero osato dirgli o fargli.
Quel ragazzo alzò lo sguardo, vedendosi passare davanti uno di quei tipi “importanti” accompagnato dalla moglie.
Quei due li guardavano con disprezzo e sdegno: del resto loro due non vestivano Dolce e Gabbana come lui o come la signora –vestita aderente ed all’ultima moda perché sapeva di essere bella e provocante-, né avevano una Mercedes ultimo modello parcheggiata nella via poco più avanti il cui valore era pari al valore di un appartamento nuovo e rifinito in ogni particolare.
Lui era una ”persona importante”, dongiovanni di quelli senza ritegno, alla quale ogni tanto andavano via grosse somme per accudire i suoi “vizi” tra i quali qualche sniffata di cocaina.
Lei, invece, pur avendo i “vizi” non sniffava.
In compenso aveva delle storie da scandalo con altre persone.
Viveva con suo marito che le faceva fare una vita da signora tra lussi e privilegi incredibili.
Davanti a quel ragazzo ed a quel signore seduti al tavolo, però si mostravano abbracciati come una normale coppia allo scopo di mantenere un certo “decoro”.
Proprio davanti a quel ragazzo che li fissò negli occhi calmo e tranquillo senza scomporsi.
Si notava visibilmente che quei due non avrebbero voluto passare in quella piazza quel giorno.
Si vedeva chiaramente negli atteggiamenti di quella coppia che loro provavano ribrezzo, ma anche timore.
Quasi a dire che mentre bevevano qualcosa mancasse loro ciò che i due, pur sporchi e puzzolenti, avevano in abbondanza; la sincerità verso se stessi.
Si allontanarono, ed un minuto dopo li sentì parlare tra di loro… “un così bravo ragazzo che si mescola a quella gente… a parte che è squilibrato a furia di ascoltare quella musica,”.
Milo fece finta di non sentire, sorseggiando la sua birra tranquillo e calmo tra una sigaretta e l’altra.
Guardava quel signore timido ma educato e composto che per lui aveva più dignità di tante persone messe insieme presenti in quella stessa piazza.
Non gli importava di andarsi a fare la doccia, né di scrivere: era in compagnia di una brava persona.
Se ne sentiva onorato, quel ragazzo.
Ad un certo punto quel signore disse cortese e gentile:
-”Grazie per il caffè macchinato”.
Quel ragazzo fece un gesto di assenso, poi ebbe un sussulto, disse con tono divertito ed un po’ risoluto:
-”Si dice macchiato! Caffè macchiati freddi!”
Gli veniva spontaneo correggere le persone straniere negli errori di lingua, un po’ per orgoglio, un po’ per aiutarli ad imparare la lingua italiana, ed un po’ perché ogni italiano si stufa di sentirsi stroppiare la propria lingua.
Però lo trovava buffo quell’aggettivo; non gli era mai capitato che uno straniero chiamasse il caffè “macchinato”.
Guardava quel signore quasi “scasciandosi” dalle risate, poi scosse la testa ridendo a più non posso e scuotendo il capo.
Ad un certo punto chiese a quel signore con tono calmo e tranquillo:
-”Come stai?”
Quel signore disse con tono ironico:
-”Bene grazie”.
Milo ebbe un sussulto, perché suonava per lui quasi come una risposta di cortesia, una risposta meccanica.
Stava con la testa abbassata a fissare il tavolo, come se aspettasse qualcosa.
In quel momento c’era qualcosa che non gli ritornava.
Se lo ricordava con il suo zaino, al quale aveva ricucito le asole con il filo, che gli aveva regalato, era vestito con un maglione di lana per la sera, ed… aveva un piccolo cagnolino tutto pepe, ancora cucciolo, al quale quel signore aveva aveva dato il soprannome di “monstrer” in maniera affettuosa.
Ecco cosa mancava.
Gli chiese d’istinto, con tono tranquillo, ma sorpreso:
-”E il cane?”
Quel signore guardò negli occhi di quel ragazzo che vide in lui una grande tristezza.
Sembrava che la domanda l’avesse ferito, facendogli ricordare un qualcosa di tragico e triste.
Quel signore, con tono opaco e piano, quasi piangendo disse:
-”Prego non parlare di Chicca”.
Il ragazzo lo guardava in maniera stordita, come se si fosse rotto qualcosa e non se ne fosse accorto.
Si aspettava di vedere spuntare quel piccolo cane da un momento all’altro, perché di solito quella piccola peste andava un po’ in giro liberamente per le sue puzzettine, attratto da profumi e odori, ma sempre sotto l’occhio vigile di quel signore e non tanto lontano.
Era successo qualcosa.
Per quel ragazzo era però più importante che quel signore stesse bene.
Il nostro ragazzo trovò più giusto non parlare oltre di quel cane.
Anche perché se quel signore avesse voluto parlarne ne avrebbe parlato.
Trovò quindi il modo per evadere da quel problema, ma pensava con rabbia, anche se non lo dava a vedere, a cosa fosse successo.
Poteva essere successo che qualcuno gli avesse fregato quel piccolo cagnolino, oppure che glielo avessero portato via per mancanza di documenti, oppure che glielo avessero ammazzato.
Tante possibilità gli frullavano nella testa.
Pensava a tutte quelle possibilità con rabbia perché non trovava giusto che qualcuno avesse fatto qualcosa di male a quel signore, poiché anche se viveva per strada non dava fastidio a nessuno ed aveva più dignità lui di tante persone “importanti”.
Ed anche perché una persona non ha la dignità secondo ciò che possiede, ma per quello che è: un sano principio che quel ragazzo aveva e per il quale trovava cattivo e crudele che avessero fatto del male a quel signore, a maggior ragione, se si sapeva quanto voleva bene a quel cagnolino e quanto esso fosse importante per lui.
Disse quel ragazzo con tono tranquillo:
-”Non ti ho visto più in giro da queste parti…”
Quel signore si scosse, come distolto da un qualcosa di tremendo, fece un flebile sorriso quasi volesse dire un ringraziamento per una risposta che gli costava cara dire, forse perché pagava un prezzo molto alto per il ricordo.
Quel signore rispose con tono calmo e tranquillo:
-”Sono stato a Pescara in questi periodi…”, fece un piccolo sorriso ed aggiunse con lo stesso tono ”… bella zona”.
Poi prese una birra che stava sul tavolo e ne bevve un sorso, con lo sguardo fisso nel vuoto, contento.
Quel ragazzo non riusciva a credere di vedere ancora una volta quel volto che, sia pure sporco, sembrava quello di un bimbo un po’ troppo cresciuto.
Quel suo modo di affrontare le cose quotidiane con calma, anche se dentro chissà cosa provava!
Lo guardava, ed in quella persona vedeva la calma, non sapendo e neanche immaginando dove trovasse quella calma.
Per quel ragazzo sembrava che egli portasse nella sua anima qualcosa che non fosse di questo mondo.
Come se tutti i posti e le persone che aveva conosciuto l’avessero arricchito di energia ma l’avessero anche messo a dura prova, sfinendolo.
Lo vedeva come un bambino venuto da un altro mondo dove tutto è più bello e pulito.
E quel ragazzo era anche sicuro che pur avendo incontrato brutta gente, quel signore non ne era stato intaccato minimamente nel suo essere.
Guardarono tutti e due una bella donna che passava davanti a loro, tutta vestita elegante ma provocatoria e si guardarono negli occhi, per poi scoprirsi a ridere tutti e due a più non posso.
Sembravano due ragazzini che avessero fregato la cioccolata da qualche parte e in quel momento ridessero della loro marachella.
Era un pomeriggio di risate per loro due, quasi senza dire nulla, bevendo due birre e fumando un pacchetto di sigarette.
Quel ragazzo era felice di aver trovato in quel momento la persona giusta, educata e divertente e rispettosa.
Non chiedeva nulla quel ragazzo a quel signore, solo di stare lì con lui.
Né quel signore stava lì per interessi: erano due persone che stavano bene insieme in quel momento.
Milo non si scorderà mai più quella risata che aveva fatto con gusto insieme a quel signore, tra la gente che li guardava inorridita e scandalizzata pensando che fossero drogati o ubriachi, o tutte e due le cose, mentre il loro era un divertirsi a più non posso per piccole stupidaggini.
Non se ne rendeva neanche conto quel ragazzo, ma fu un pomeriggio che egli ricorda come uno tra i più belli che avesse mai passato.
Forse aveva trovato qualcuno che era un po’ come lui, libero e ribelle, che credeva nei sogni e nella cose belle.
La gente era inorridita e scandalizzata in quella piazza, ma a Milo non importava perché loro due non facevano nulla di male, non disturbavano nessuno.
Era inorridita e scandalizzata per ignoranza, ed anche per la cattiveria di qualcuno che faceva qualche commento un po’ cattivo, forse motivato dall’invidia.
Li compativa, quel ragazzo.
Era sera quando quel ragazzo se ne andò dandogli appuntamento per più tardi in quella stessa piazza.
Non sapeva cosa gli avrebbe portato quell’incontro e quelle risate ma non gli importava.
Di sicuro sapeva che quelle voci sarebbero arrivate alle orecchie di sua madre.
Come al solito qualche persona “perbene”, che non si faceva i cazzi propri, glielo avrebbe riferito con la scusa di sostenere una certa “moralità” e “decoro” esortandola a fargli lasciare perdere “certa gente”… come la chiamava sua madre.
Forse invidiando e cercando di distruggere la mentalità libera e ribelle di quel ragazzo visto che la sua “posizione” non poteva averla.
Ma a quel ragazzo non gliene importanza, anzi andava fiero di aver incontrato quella brava persona.
Fu quella volta che decise di aiutarlo per come poteva.
Del resto nel mondo c’è spazio per tutti.
Sarebbe stato un po’ difficile però, questo lo sapeva.
Quello che non sapeva era quanto sarebbe stato difficile.
A casa sua quella sera c’era il solito putiferio: i suoi genitori litigavano per un problema di soldi.
Il padre di Milo risparmiava come al solito, non spendendo nulla, perfino sui vestiti, mentre la madre e il ragazzo stesso andavano a lavorare,
Il padre di quel ragazzo aveva talmente tanti soldi da poter lastricare la via principale del paese con tutte monete da 1 euro, se voleva.
Ma se avesse speso i soldi per un solo caffè al bar, in quel paese sarebbe nevicato… durante il messe di Agosto.
La madre, in quella situazione, teneva solo i denti stretti in una moralità tutta sua.
Sempre attenta alle voci di paese, sperava che il marito, morendo, lasciasse tutto ai figli, ma in quel momento l’immagine era tutto, anche per riscattarsi nei confronti di se stessa.
Per andare in giro “a testa alta” come dicevano in Sicilia, luogo da cui quella donna veniva.
Non era il momento di discutere quei problemi quella sera.
Problemi discussi, ribattuti e ragionati da sempre per quel ragazzo.
Ed anche perché le cose non sarebbero cambiate quella sera, questo è sicuro.
Detestava quella situazione a perdere, per due persone che non volevano ragionare né capire.
Si era perfino stufato di far ragionare quei due dopo l’ennesima volta che ci aveva provato.
Fece una doccia al volo, si cambiò, ma quei dure erano ancora in piedi, uno imbronciato e furente da una parte, mentre l’altra guardava il televisore, impassibile ed indifferente, dall’altra parte.
Le cose si complicavano perché voleva portare qualcosa da mangiare a quel signore.
Non concepiva l’idea di lasciarlo a pancia vuota.
Ma intanto poteva provvedere per i vestiti però.
Andò nella sua cameretta e prese un paio di pantaloni, calze e mutande ed una maglietta.
Una cosa era fatta: così almeno si sarebbe cambiato buttando via quei vestitacci.
Li nascose dietro la porta della sua cameretta, così da non destare sospetti e non avere problemi.
Se qualcuno avesse detto qualcosa avrebbe ribattuto che aveva preparato un regalo per un amico che loro conoscevano.
Del resto, se avesse dovuto dare quella spiegazioni, avrebbe trovato d’accordo il suo amico anche lui ribelle nella mentalità.
Punk come era non vedeva di buon occhio quei paesani borghesi ed ignoranti che per l’immagine ed il potere avrebbero fatto qualsiasi cosa.
Ed anche perché, conoscendo quel ragazzo, sapeva bene che ne avrebbe fatta una delle sue a vantaggio di qualcuno bisognoso.

Fine prima parte.

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